C’è un’intima gioia, che mi avvolge e mi sorprende ogni volta che, a lenti periodi di studio, seguono incontri con volti e persone.
É una gioia che mi ristora e mi ripaga oltremisura per ogni momento speso nella ricerca del bene e del bello.
Come in montagna, luogo per eccellenza dell’incontro con il cielo, anche qui la gioia appare quando dopo aver percorso lunghi tratti a piedi, magari in perfetta solitudine, si giunge al punto di ritrovo, al punto dove è possibile condividere l’esperienza fatta nel cammino.
Che gioia sarebbe infatti, se il percorso sperimentato non diventasse anche cibo e luce per gli altri viandanti ?
Ma c’è una gioia più grande, credo, quando la condivisione è rivolta a tutti coloro che fermi al bivio, si apprestano a scegliere cosa fare della propria vita, a prenderla in mano per dargli una direzione decisiva.
Spendersi per questo è garanzia per l’avvenire.
Dico avvenire e non futuro.
Non mi piace infatti usare la semplice parola ‘futuro’, prefinisco ‘avvenire’ , ‘avvenimento’, perché quest’ultima indica tutto ciò che non è frutto di programmazione a tavolino. Qualcosa che non è programmabile a partire da dati pregressi.
Negli ultimi tempi mi è capitato diverse volte di incocciare tale differenza in scrittori, giornalisti, filosofi.
L’avvenire è infatti, quasi sempre non programmabile. Si può programmare di scegliere una scuola, di seguire un particolare percorso accademico, di frequentare persone e ambienti, ma non si può prevedere tutto proprio tutto. Ad esempio non si può immaginare come proprio in quelle frequentazioni possono maturare scelte di vita, innamoramenti, decisioni, che vanno in direzioni nuove ed impreviste.
Se il futuro in qualche modo è possibile prevedere, programmare persino controllare come fa l’AI, a partire dall’oggi, l’avvenire è qualcosa che sfugge a tale impostazione.
Una vita tutta programmabile sarebbe inesistente, saremmo macchine e non esseri che vivono nel tempo.
Ci sono infatti eventi che ci raggiungono senza preavviso, senza alcuna possibilità di previsione. Anzi la nostra vita è spesso segnata da questa seconda possibilità.
Ecco perché è di fondamentale importanza quando il Vangelo dice di seminare; seminare il bene, il bello, la giustizia e il vero. In ogni incontro noi possiamo aprirci positivamente all’imprevedibile nella misura in cui abbiamo fecondato il nostro mondo interiore.
Chi vive cercando solo futuro a partire dal ‘suo oggi’ resterà prigioniero della sua famiglia, dei suoi amici, della sua sottocultura (a volte). Ma chi lascia fecondare dal bene e dal vero che si trova disseminato in incontri, libri, viaggi, culture, vangelo vivo, feconda il suo avvenire. fecondo l’imprevedibile. Può sfuggire alla pura ripetizione di schemi imposti da altri.
Insomma è capace davvero di prendere in mano la sua vita e dargli una direzione autentica.
Sperare in un avvenire migliore significa non pensare solo in termini di futuro ma di preparazione dell’avvenire. Siamo chiamati a fare la nostra parte davanti a Dio e davanti al mondo. Mi pare che spendersi in questo campo (frequentato da pochissimi) vale davvero la pena.



