Avrebbe sorriso di gusto o forse si sarebbe semplicemente stupito Tolkien nel constatare che il suo Gandalf, creazione letteraria del Signore degli Anelli, sia finita direttamente nella prima enciclica di Papa Prevost. La Magnifica Humanitas cita infatti una sua famosa sentenza, ma senza nominarlo direttamente, al n. 213:
«Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare»
Così la saggia guida del Signore degli Anelli, il grande vecchio con barba lunga e capelli bianchi, il sapienteche aiuta gli uomini a scegliere il bene in mezzo alle tempeste della vita, si trasforma ora anche in un simbolo della responsabilità umana davanti allo strapotere dell’IA e di ogni forza avversa alla verità e al bene degli uomini.
Gandalf infondo ci ricorda che nella storia di ogni uomo, per quella parte di bene che è chiamato a realizzare nella propria vita, c’è sempre una responsabilità da esercitare, perchè ciò che conta, non è vincere ogni battaglia, governare con efficenza ogni avversità, ma restare fedeli alla verità del bene.
Il personaggio lo aveva creato proprio lui, l’oxfordiamo John Ronald Reuel Tolkien, morto nel 1973, geniale autore anche de lo Hobbit e del Simmalrillion. Fu anche amico per lungo tempo di Clive Staples Lewis (1898 – 1963) autore delle altrettante famose Cronache di Narnia, ma a differenza di lui, visse e rimase profondamente cattolico.
Ma, nella enciclica papale, c’è una cosa nuova da rilevare. Una tendenza, o forse una riscoperta, che può aprire orizzonti nuovi e fecondi nella comunicazione della fede cristiana.
Qualche mese prima di morire papa Francesco aveva scritto una lettera sul ‘Ruolo della letteratura nella formazione’ (luglio 2024), ricordando a preti e laici, che proprio il linguaggio della poesia, della letteratura, rappresenta per un credente un ponte di dialogo con il mondo contemporaneo, una parola che può essere compre con facilità. Le verità di fede infatti, e la stessa persona di Gesù non mutano nel tempo, restano sempre le stesse, ma la parola umana, il linguaggio in tutta la sua ampiezza poesia e letteratura compresi, è chiamato ad esprimerli in ogni tempo. Proprio le parole della letteratura, molto spesso aiutano a illuminare in modo veramente efficace e popolare, i grandi temi della religione cristiana. E ciò non deve stupire. All’apertura dell’ultimo Concilio, per esempio, Papa Roncalli aveva visto qualcosa di simile, affermando: “Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale” (Gaudet Mater Ecllesiae – 11 ottobre 1962)
Il linguaggio alla fin fine deve aiutarci a restare allacciati alla fonte – dolce e inesauribile – della nostra salvezza che è appunto: la Parola di Dio fatta carne, Gesù Maestro e Signore.
Credo che, la menzione del testo di Tolkien da parte di Papa Prevost, sia un monito per tutti i predicatori del Vangelo. Un invito per tutti coloro che vogliono parlare di Gesù al mondo di oggi: accanto alle formule tradizionali della fede, che conservano intatta una loro densità e bellezza, bisogna anche saper utilizzare tutte le risorse del linguaggio umano, per arrivare al cuore degli uomini di oggi. Lo Spirito di Dio farà il resto. Ciò impone, per chi desidera parlare di Gesù, una disciplina da diligente lettore sia dei testi sacri che delle grandi opere di classici e moderni, che amplifichi le possibilità espressive senza voler diventare un critico letterario.
Si tratta semplicemente, come dice il vangelo a proposito del buon discepolo del regno dei cieli, di saper trarre dall’immenso tesoro della fede, cose vecchie e cose nuove (Mt 13,52). Semplicemente.
Per la maggior gloria di Dio e il bene delle anime.



