Accidia: la tristezza nel non agire | Pensieri

L’accidia è il “nemico silenzioso” che attacca la volontà di amare Dio, se stessi  e il prossimo. 

San tommaso d’Aquino, il grande santo teologo, ne parla come uno stato dell’anima in cui prevale il “disgusto o la tristezza per il bene spirituale interiore che deprime talmente lo spirito dell’uomo da toglierli la volontà di agire”, perché quell’agire – che riguarda non solo la propria interiorità –  è ritenuto troppo faticoso. Di fatto l’accidia è una paralisi dell’anima, che la rende spenta, tremendamente pigra nel compiere il bene, in particolare quel bene che da dipende solamente da noi.

Il pittore fiammingo Hieronymus Bosch raffigura l’accidia nelle vesti un monaco che dorme comodamente su una sedia in legno con un grande cuscino sotto il capo davanti al focolare acceso, mentre accanto, defilata, c’è una suora orante con una coroncina in mano, come per ricordare i doveri disattesi del religioso. 

Si tratta perciò di una rappresentazione che mira ad evidenziare un colpevole sonno dello spirito che deriva da una perdita della fede soffice e indolore.

Spesso oggi viene confusa con ciò che la psicologia chiama depressione, come assenza di desiderio di vivere, ma l’accidioso invece può essere molto attivo in tanti campi, può sembrare addirittura iperattivo ad uno sguardo esterno, ma in realtà quell’agire è una fuga da se stessi e da Dio. Una fuga da tutto il bene che dipende da lui e che solo lui potrebbe fare. Si tratta di una continua evasione dalle proprie responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini. Insomma si fa molto e bene, eccetto quello che riguarda il proprio dovere e la propria chiamata esigerebbe. L’accidioso è un maestro nell’evasione, paralizzato nell’anima. 

Accidia significa letteralmente come debolezza dell’anima che si manifesta come assenza di desiderio e disgusto di vivere (tedium vitae, dicono i latini) poichè la propria vita è considerata priva di senso. Si arriva fino a pensare che non c’è un vero motivo per alzarsi al mattino e che non c’è più nessun bene da fare. I Padri della Chiesa la descrivono come una sensazione di inutilità e impotenza davanti alla vita.

L’etimologia ci può aiutare a capire il senso di questo visione. Accidia deriva da una parola greca (a-kēdía) che vuol dire esattamente mancanza di “cura”, di “sollecitudine”. É una sorta di ripiegamento su se stessi, una negligenza verso il bene a portata di mano, una indifferenza apatica verso il proprio dovere e verso la cura della propria interiorità. 

L’accidioso vive perciò in una continua trascuratezza della propria chiamata, della propria responsabilità umana ed è interamente riversato verso l’esteriorità, fuggendo da se stesso, cerca di fuggire anche da Dio, ritenuto di ostacolo alla propria autorealizzazione. Insomma lui non si occupa più del proprio dovere, del dovere di stato  e di tutte quelle cose che in linea di principio dipendono da lui e che non possono essere delegate ad altri. L’accidioso è un maestro dell’evasione. 

L’accidia, come ogni vizio capitale produce una serie di malattie interiori come torpore dell’anima, indifferenza, pigrizia spirituale, disinteresse verso ogni azione o bene o, al contrario, può genare attivismo senza prudenza, ricerca di diversivi vari, manifestando anche una malcelata rabbia interiore per le cose che non si ottengono. Non realizzando il proprio bene l’accidioso pensa erroneamente di perseguire altri beni umani e spirituali, ma non i propri.  

Sciagurati che mai furon vivi, così Dante chiama gli accidiosi nella Commedia. 

Ma qual’è la cura di questa malattia?

I maestri dello spirito ne indicano diverse. 

Anzitutto si chiede all’accidioso di iniziare un cammino fatto di piccoli piccoli passi, suggerendo di compiere piccole azioni di bene, quelle che sono a portata di mano e che dipendono da lui, solo da lui. Si badi si suggerisce di ‘fare’ il bene e non solo di far ‘sapere’ cos’è bene. Poichè non si diventa coraggiosi leggendo un libro che narra di atti di uomini coraggiosi. Ma si diventa coraggiosi se si compiono pian piano piccoli gesti di coraggio quotidiani.  Facendo si cambia. 

C’è poi l’aiuto di un padre spirituale, o la compagnia di una matura persona credente, capaci di dare maturi consigli. Poichè, come insegna Gregorio Magno, il cuore, perduto il bene della gioia interiore, va in cerca delle consolazioni esterne, allora essi sono di grande aiuto soprattutto stimolando la pazienza del lavoro quotidiano e la gioia nel restare fermi e vigilanti osservando i propri doveri. Non bisogna dimenticare che il vangelo condanna duramente quel servo che nascose sottoterra il proprio talento, rendendolo così la propria vita triste ed infruttuosa.

(Segue….)