“Dopo questa breve digressione, torniamo ora a Lacan. Egli ci ha mostrato come la dinamica perversa dell’invidia possa indurci a desiderare qualcosa non perché ci sia utile e ne abbiamo bisogno, ma solo perché qualcun altro la possiede. Dinamica sconcertante, che già basterebbe a mettere a dura prova le nostre convinzioni razionali. Eppure la cosa non finisce qui; perché tale è la forza irrazionale dell’invidia che essa pinge le persone non solo a desiderare ciò che non è di alcuna utilità per loro, bensì ad andare addirittura contro i loro stessi interessi (è questo il significato di ciò che definiamo irrazionale) pur “ché l’altro ne sia danneggiato. Tocchiamo qui uno di quei «paradossi dell’irrazionalità», come li chiama il filosofo Donald Davidson, che sferrano un duro e decisivo colpo alla nostra caparbia fiducia nella ragione, soprattutto in quanto mettono in discussione quel presupposto granitico della modernità che è il self-interest.”
“La superbia si appaga infatti nel compiacersi della propria eccellenza, l’ira nello sfogo di aggressività, la gola e la lussuria nei piaceri della carne, l’avarizia nel possesso, l’accidia nella beatitudine dell’ozio. L’invidia invece non conosce appagamento, è dolorosa, letale, in primo luogo per chi la prova. L’espressione «verde d’invidia» allude evidentemente alla colorazione biliosa di questa passione che rode il fegato e secerne veleno. Il riferimento al veleno è infatti non a caso palese nella celebre raffigurazione giottesca dell’invidia (nella Cappella degli Scrovegni a Padova): una vecchia dalle mani rapaci è avvolta dal tormento di un fuoco che ne brucia le vesti e dalla sua bocca esce un serpente che gli si rivolta contro iniettandole negli occhi il siero immortale”
(E. Pulcini Invidia: La passione triste, Il Mulino 2011)



