Dio, una parola sovraccarica | Gabriella Caramore, Saggista (Venezia 1945 – )

 

La città è Marburgo. La casa, in cui «si avvertiva uno spirito buono», appartiene a un professore della locale università, «un anziano e nobile pensatore», che ospita per alcuni giorni Martin Buber, in occasione di un congresso. Prima ancora che si faccia giorno, i due si ritrovano nello studio. Buber legge all’anziano professore un suo testo, fino alle luci azzurre dell’alba. Alla fine della lettura, il professore, sul cui volto si dipingeva un crescente stupore – gli occhi ardenti, la voce alterata –, chiede a Buber: «Come fa a ripetere cosí tante volte la parola “Dio”?»

Il vecchio professore considera scandalo che qualcuno possa usare con tanta disinvoltura questa parola, senza curarsi del fatto che, in una sola sillaba, venga, quasi distrattamente, imprigionato il senso di qualcosa che è superiore ad ogni umana capacità di comprensione, e senza curarsi di abbandonarla cosí all’arbitrio di chi legge o chi ascolta. «Non c’è nessun’altra parola del linguaggio umano cosí maltrattata, macchiata, oltraggiata». Sentir chiamare con un nome abusato, e ormai quasi privo di significato, ciò che sta al di là e al di sopra di ogni pensiero gli appare come un’ingiuria, un sopruso.

Martin Buber accoglie le inquietudini del suo interlocutore. Ma al contempo rilancia: «Sí, è la parola piú sovraccarica del linguaggio umano. Nessun’altra è stata cosí insudiciata, cosí lacerata. Ma proprio per questo non devo rinunciare ad essa». Generazioni e generazioni l’hanno schiacciata al suolo ricoprendola di polvere, l’hanno tradita con le loro guerre religiose, l’hanno coperta di sangue con le loro lotte «in nome di Dio». Ma ecco, dice Buber, questa parola è nello stesso tempo la parola dell’invocazione, la parola divenuta «nome», la parola che indica Colui che ascolta, esaudisce, consola. Proprio per questo «noi non dobbiamo abbandonarla». Certo, «non possiamo ridonare purezza alla parola “Dio” e non possiamo lasciarla integra; possiamo però sollevarla da terra e, cosí com’è, macchiata e lacera, innalzarla sopra un’ora di grande angoscia»

(G. CARAMORE, La parola Dio, Giulio Einaudi Editore, Torino 2019 | il testo è tratto da M. BUBER, Incontro. Frammenti autobiografici, a cura di David Bidussa, traduzione di Agnese Franceschini, Città Nuova, Roma 1994, p. 81)