“Per gli antichi la filosofia è un «esercizio»’. Ai loro occhi la filosofia non consiste nell’insegnamento di una teoria astratta’, e meno ancora in un’esegesi di testi’, ma in un’arte di vivere‘, in un atteggiamento concreto, in uno stile di vita determinato, che impegna tutta l’esistenza. L’atto filosofico non si situa solo nell’ordine della conoscenza, ma nell’ordine del «Sé» e dell’essere: è un progresso che ci fa essere più pienamente, che ci rende migliori’. E una conversione che sconvolge la vita intera, che cambia l’essere di colui che la compie’. Lo fa passare dallo stato di una vita inautentica, oscurata dall’incoscienza, rosa dalla cura, dalle preoccupazioni, allo stato di una vita autentica, dove l’uomo raggiunge la coscienza di sé, la visione esatta del mondo, la pace e la libertà interiori.
Per tutte le scuole filosofiche, la principale causa di sofferenza, di disordine, di incoscienza, per l’uomo, è costituita dalle passioni: desideri disordinati, timori esagerati. Il dominio della cura, delle preoccupazioni, gli impedisce di vivere veramente. La filosofia appare dunque in primo luogo come una terapia delle passioni*(«Sforzarsi di spogliasi delle proprie passioni», scrive G. Friedmann).
Ogni scuola ha il metodo terapeutico suo proprio’, ma tutte collegano questa terapia a una trasformazione profonda della maniera di vedere e di essere dell’individuo. Gli esercizi spirituali avranno precisamente lo scopo di realizzare tale trasformazione.
[..] La filosofia educherà dunque l’uomo affinché non cerchi di conseguire che il bene che può ottenere, e affinché non cerchi di evitare che il male che può evitare. Questo bene che si può sempre ottenere, questo male che si può sempre evitare, devono, per essere tali, dipendere unicamente dalla libertà dell’uomo: sono dunque il bene morale e il male morale. Essi soltanto dipendono da noi, tutto il resto non dipende da noi. Dunque il resto, ciò che non dipende da noi, corrisponde alla concatenazione necessaria delle cause e degli effetti che sfugge alla nostra libertà. Ci deve essere indifferente, nel senso che non dobbiamo introdurvi differenza alcuna, ma accettarlo tutto intero in quanto è voluto dal destino. È il dominio della natura. Si tratta dunque di un totale rovesciamento della maniera abituale di vedere le cose Si passa da una visione «umana» della realtà, visione per cui i valori dipendono dalle passioni, a una visione «naturale» delle cose che colloca ogni evento nella prospettiva della natura universale. Questo cambiamento di visione è difficile. È precisamente qui che devono intervenire gli esercizi spirituali, al fine di operare a poco a poco la trasformazione interiore che è indispensabile. Non possediamo nessun trattato sistematico che codifichi un insegnamento e una tecnica degli esercizi spirituali”. Tuttavia le allusioni all’una o all’altra di queste attività interiori sono molto frequenti negli scritti dell’epoca ellenistica e romana.
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Grazie a Filone diAlessandria, possediamo nondimeno due elenchi di esercizi. Non coincidono perfettamente, ma hanno il merito di offrirci un panorama abbastanza completo di una terapia filosofica d’ispirazione stoico-platonica.
Una di queste liste elenca: la ricerca, l’esame approfondito, la lettura. l’ascolto, l’attenzione, il dominio di sé, l’indifferenza alle cose indifferenti. L’altra nomina successivamente: le letture, le meditazioni, le terapie delle passioni, i ricordi di ciò che è bene, il dominio di sé, il compimento dei doveri”.
(P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Torino 2002, 35-37)



