Come parlare del Dio che non vedo

La distrazione teologica

[… ] Vorrei spiegare meglio quanto ho detto nell’Introduzione a proposito del teologare come determinatio distrahens, cioè come uso determinato delle parole che al tempo stesso le «distrae» dall’uso comune. Tra i vari linguaggi umani, quello legato all’attività del teo- logare è uno dei più problematici. Il motivo di questa pro- blematicità è molto semplice. Etimologicamente il termine «teo-logia» vuol dire «parlare di Dio».

Ma come si fa a parlare di Dio se «nessuno l’ha mai visto», come avrebbe detto l’autore del prologo del IV vangelo? Noi diamo il nome a ciò che vediamo o sentiamo, e quando formiamo dei termini per ciò che non vediamo, ma immaginiamo che comunque ci sia in forza di un’esperienza non riducibile al vedere e al sentire immediato o per convenzione comune, siamo costretti a forzare il nostro linguaggio, a introdurre stranezze varie nelle nostre parole.

Per questo, senza cambiare le parole in quanto tali, le usiamo semplicemente con un significato diverso da quello dell’uso originario, come accade soprattutto quando parliamo del Dio che non ve- diamo. E così diciamo che egli ci vede e ci ascolta. Ma Dio non ha né occhi né orecchie ed è quindi chiaro che usiamo queste parole in modo per lo meno strano (per analogia, direbbero i filosofi).

Questo modo di parlare di Dio rientra in quel proce- dimento che dai medievali veniva chiamato determinatio distrahens, un uso determinato di termini appartenenti al linguaggio umano, che li distrae dal loro contesto origi- nario per inserirli in un nuovo contesto significativo. Si comprende allora perché chiunque voglia parlare di Dio, e quindi quel teologo che è già qualsiasi comune credente appartenente a una qualsiasi religione, pratichi in maniera più o meno consapevole una determinatio distrahens. Ma colui che cerca di parlare di Dio in maniera più rigorosa di quanto non facciano i comuni credenti, cioè colui che viene chiamato teologo in senso stretto, cerca di distrarre le parole con maggiore accortezza degli altri.

(G. Ruggieri, Prima lezione di Teologia, Editori Laterza, 2011, 3-4)