Sul silenzio: patrimonio immateriale dell’umanità

Il Sabato santo nella Chiesa latina è il giorno del grande silenzio. Il giorno dell’attesa della Gloria del Risorto. In esso, silenzio e attesa, cristianamente, si legano indissolubilmente. 

Ma l’esperienza del silenzio non è solo una pratica religiosa, un affare per soli credenti. Tutt’altro; essa è il tratto tipico di ogni esistenza umana. A qualunque popolo si appartenga, qualsiasi credo si professi, noi restiamo impastati di silenzio e attesa. Tutti noi siamo ascolto. Ciò che fa la differenza, ciò che plasma il silenzio di ognuno e dona direzione all’esistenza è la qualità della parola che ci viene incontro. I cristiani vedono nel silenzio aperto al Vangelo la loro forma fondamentale di esistenza. Ma resta sempre vero che sono i nostri tempi di silenzio a farci distinguere ciò per cui vale la pena vivere o morire dalla semplice pula. 

Ad ogni modo, si dice spesso che l’uomo è un essere parlante, che si distingue dagli altri essere viventi perché il suo spirito si esprime non in una voce ma in  una parola. Gli animali hanno solo una voce.L’abbàio del cane o il miagolio del gatto sono voce, anche se diversificati, ma non ci parlano. Essi non declamano poesie o cantano in versi. La parola è perciò qualcosa di più di un miagolio o di un gemito. La parola ha il potere di nominare il mondo e allo stesso tempo pesca dentro di noi, lo porta alla luce con una energia tutta propria, e soprattutto rende l’invisibile che è in noi riconoscibile. Aristotele direbbe che la parola è Phonè semantichè (voce significante), potremmo dire un’energia unita ad un suono e ad un senso. Solo con questa parola l’utile, il dannoso, il giusto, l’ingiusto, il bene ed il male possono prendere corpo in noi e nel dialogo con gli altri.

Nelle parole è possibile andare oltre il mondo presente, perché ogni parola è intessuta di desideri, progetti, visioni, aspirazioni, nuovi modi di comprendere e di agire.  La parola dice di più di ciò che vede.

Ma ciò che non bisogna dimenticare é che tutto ciò, persino ogni gesto, ogni autentica attività umana, esige silenzio. Osserviamo uno scrittore, un poeta, un pittore o scultore, un musicista nel pieno del loro lavoro, e ci accorgiamo che nel fondo del loro processo creativo abita un grande silenzio. In quel luogo si partorisce l’agire e il pensare. All’uomo dotato di parola, dunque, va integrato l’uomo che ricerca il suo silenzio, che lo fa, esattamente come una seme ricerca un buon terreno per diventare un pianta. E chi di noi non ha mai fatto tale esperienza? Chi di noi non ha mai chiesto a se stesso momenti di profondo silenzio, come spazio entro cui ri-orientare la propria vita?  

Ma forse abbiamo dimenticato la nostra origine. Il fatto che ogni uomo, ogni donna, nasce come essere silenzioso, non nel senso che il nostro corpo è muto,  ma nel senso che, giorno per giorno, abbiamo imparato a parlare uscendo dal quel silenzio primario. Noi siamo parola nata dal silenzio, e solo se continuiamo ad essere ‘parola che viene dal silenzio’, ‘esistenza che da esso scaturisce’, la nostra vita è autentica. L’oblio del silenzio è il nostro dramma quotidiano. Siamo così diventati preda dello scorrere del tempo, del flusso travolgente della vita, dell’appiattimento nel visibile. Tutto ci appare identico e ripetitivo.  

L’assenza del silenzio, direbbe Ferdnand Ebener, ci ha spinto a rifugiarci nella fredda oggettività di concetti, nelle parole staccate dalla interiorità, nella cura del nostro ’io’ lontano dai qualsiasi  ‘tu’. Isolati proseguiamo, distanti da amore e dialogo. La fede cristiana è a quello livello è davvero una potentissima vera risanatrice della nostre parole e della nostra esistenza.

La coltivazione del silenzio è essenziale per ogni vita. Per un credente poi, le parole e i gesti nutriti di silenzio, sono percepiti come una spinta alla vita di condivisione, un gettare ponti verso persone e luoghi. La capacità di guardare negli occhi, l’accarezzare i volti, il fasciare le ferite altrui, il progettare insieme un mondo differente, sono tutte cose che si abbeverano alla polla del silenzio e alla conquista della parola vera. O restiamo uniti al silenzio oppure mutismo, chiusura ed egoismo ci conquistano fino in fondo. O restiamo uniti al silenzio o la parola autentica si allontana sempre più dalla nostra vita. Aut aut.

Se è vero che la fuga dal silenzio, come dice David Le Breton, è il vero dramma della modernità, sicché dal fenomeno della industrializzazione in poi, soprattutto nelle nostre città, abbiamo conosciuto una lenta emarginazione del silenzio, è vero anche che con questa fuga si è prodotta anche la lenta distruzione delle nostre parole e la degenerazione del nostro linguaggio. Abbiamo insomma cominciato a galleggiare a perdere di profondità. Non per la mancanza di parole, il vocabolario è infatti rimasto lo stesso, anzi è cresciuto, ma per mancanza di silenzio. Per questo le nostre anime soffocano. 

Forse per questo molta gente ricerca raccoglimento nelle chiese vuote, corre su nelle montagne o si rifugia su spiagge isolate. Forse per questo molti avvertono persino il disagio delle nostre liturgie affrettate e superficiali. A noi manca quel silenzio che il cuore invoca e che alla fine ci può aprire a Dio. 

L’antica coltivazione quotidiana del silenzio permette così alle nostre parole di continuare a parlarci e impedisce alla nostra vita di appiattirsi nel banale. Il Sabato Santo ci ricorda che tra croce e vita c’è un passaggio necessario nel silenzio, quello che parla di una morte sconfitta dalla Vita vera. Il giorno in cui l’alba della resurrezione è già davanti a noi come un dono e la croce ha interrotto il suo carico di dolore. Sabato Santo è il giorno aperto alla Luce del Risorto, che ci permette, finalmente, il grande ritorno a noi stessi (cf Lc 15,17).