ONU | 20 marzo | Giornata Internazionale della Felicità

Della felicità se ne parla poco. A volte la si cerca in posti sbagliati, e di solito
la si confonde con le sue sorelle minori: benessere, emozioni passeggiare,
euforia. É raro sentirsi chiedere: ‘Ma tu sei felice’? Quando poi si prova a dare
corpo all’idea di felicità – quella che i greci la chiamavano eudaimonia – i
contorni si fanno sfuggenti: le risposte cambiano da persona a persona e da
momento a momento. Da giovane la felicità è intesa in un modo, da adulto in
un altro. Anche le religioni hanno custodito una loro idea di felicità, ponendo
solitamente la strada per raggiungerla al di là del semplice desiderio o del
possesso di beni materiali. Esse parlano di un ordine più profondo che mette
in relazione la persona col divino, con gli altri e con se stessi.


Ma cosa significa, dunque, essere felici? Esiste una strada sicura per arrivarci?


Quando il piccolo Stato del Bhutan, situato nella catena dell’Himalaya, tra il
Tibet e l’India propose all’Onu di istituire una Giornata Internazionale della
Felicità, lo fece per dare una risposta plausibile esattamente a questa
domanda universale. Considerando il proprio modello di sviluppo, custodito
per secoli da un popolo semplice e fiero, suggerì di affiancare al PIL (Prodotto
Interno Lordo) anche il FIL (Felicità Interna Lorda) allargando i criteri
valutazione del “ben-essere”. Salute, uso del tempo, istruzione, diversità e
resilienza culturale, buona governance, vitalità comunitaria, diversità e
resilienza ecologica, standard di vita, iniziarono ad avere grande rilevanza, e
di conseguenza, anche la dimensione spirituale e psicologica, tornava ad
essere rilevante quanto quella economica e materiale.

Che i soldi non facessero la felicità lo sapevamo tutti, ora grazie alla storia di questo popolo
potevamo comprendere che per essere felici bisogna vivere in un certo modo oltre
che possedere qualcosa.

Eppure per il mondo antico, greco in particolare, la vera felicità, fu una
ricerca centrale. Essa non fu mai intesa come un colpo di fortuna o un regalo
del destino. Quel mondo invece l’aveva perseguita attraverso un attività disciplinata:
il “fiorire” di un’anima curata con costanza che realizzi ogni potenzialità interna all’uomo.
Si trattava di favorire un arte di vivere volta a realizzare se stessi, secondo una
misura dettata dal talento personale. Chi, sapendo a malapena usare
pennello e colori, pretendesse di essere un nuovo Caravaggio, non
cercherebbe la propria felicità, ma preparerebbe la propria rovina.

In quella saggezza antica abitava una ricerca fatta di talento, misura, prudenza,
costanza: essere felici non partiva dalla ricerca di cose, ma dalla cura dell’anima e
dalla guarigione delle sue malattie. Conoscere se stessi, senza voler andare al di la dei
propri limiti, diventava, così, la prima responsabilità di ogni uomo.

La felicità, allora, non si compra: si coltiva. É un frutto, un modo di agire, una cura attenta verso sé stessi. Relazioni pacifiche e prudenti, pochi amici, moderata ricchezza e un’intelligente vita sociale sono i corollari necessari di
questo prezioso lavoro.


E i cristiani?


Per il cristiano essere felici, significa anzitutto di ri-entrare in se stessi e
coltivare la relazione con Dio. Vivere di Vangelo, restituisce umanità: non
rende bigotti o esaltati, disincarnati o di facciata, ma uomini e donne
autentici. Occorre solo trovare uno specchio che rimandi la nostra vera
immagine e ci liberi dal confronto sterile e dannoso con modelli deformati.
Questo specchio è semplicemente il Vangelo di Gesù Cristo , non il vicino di
casa. Da qui in poi, il cammino della felicità si fa avventuroso. Felice sarà
l’uomo equilibrato che coltiva tre amori: quello per se stesso (senza il quale non
avrebbe energie per il bene), quello per gli altri (senza il quale sarebbe un
parassita narcisista) e quello per il Creatore e le sue opere (senza il quale
vivrebbe nella paura, usando il mondo come una mera cassetta degli attrezzi
per i propri scopi).
In fondo la felicità per i cristiani riposa tutta nella cura di queste
fondamentali relazioni: con se stessi, con il Creatore, con il mondo, con gli
altri. Io, in tutta sincerità, ho scelto di stare da questa parte.