L’intimità, l’interiorità non è semplicemente uno stato, un luogo che attende di essere riempito.
Assomiglia invece ad una attività, ad un lavoro, come quello di due bimbi che a quattro mani scavano sulla riva del mare fino a quando improvvisamente vedono emergere l’acqua (l’immagine non è mia ma di Isabella Guanzini). Perché l’acqua si sa, emerge, ma per trovarla bisogna scavare a fondo.
Ma se per intimità intendiamo una relazione o una qualità del rapporto con l’altro, ciò vale anche per il rapporto con se stessi. La nostra vita interiore, ciò che ci rende vivi e gioiosi, deriva da un atteggiamento di cura con il ‘dentro’ di noi, che va trattato con rispetto come se fosse un ‘tu’ davanti a noi. Anzi, per dirla tutta, la bellezza delle relazioni “tra” le persone deriva esattamente dalla cura che dedichiamo a quel “dentro” di noi. Chi smette di curarsi ‘dentro’ espone gran parte delle sue relazioni ‘fuori’ di noi.
Noi ci sentiamo veramente vivi, esistenti quando questi due mondi, l’invisibile in noi e il visibile fuori di noi, sono in armonia positiva. Quando il deposito interiore di bellezza, giustizia e verità, appare nelle nostre relazioni come un dono.
Giusto per intenderci: esistere deriva dal latino ex-sistere, cioè da un composto fatto da: ex– (“fuori da”) e sistere (“stare, porsi, fermarsi”), in definitiva esistere vuol dire “emergere”, “sorgere” nel senso di uno “stare fuori, levarsi”. Per questo l’esistenza, ha a che fare con un’attività, con un movimento, un venire alla luce a partire da una sorgente nascosta.
Tutto l’invisibile che è in noi acquista significato proprio nel suo mostrarsi visibile all’altro.
In questo senso, noi esistiamo e in qualche modo partecipiamo della gioia di esistere, o meglio della dolcezza di esistere, quando quello che abita in noi fuoresce e si offre nello spazio tangibile delle relazioni. Quando ciò che lentamente abbiamo costruito dentro di noi, finalmente appare e viene alla luce in gesti e parole davanti ad un ‘tu’.
Il miracolo delle relazioni umane sta proprio qui. Il rapporto io-tu è frutto di un parto dell’anima, di una cura della vita interiore, aver dimenticato il primo mondo è il grande dramma dell’umanesimo del mondo di oggi. Rabbia, svuotamento di se, incostanza, infedeltà, deficit di attenzione nelle cose importanti della vita sono tutte derive di un oblio di quel primo mondo.
Ma oltre a quest’oblio, rimane molta fragilità nella nostra esistenza. Ed è naturale che lo sia. Ciò che di noi si dischiude davanti all’altro, nella misura in cui è autentico, ci dispone ad essere senza difese. Esprimere l’interiorità in vista di una relazione significativa è sempre problematico. Ma il miracolo delle vere relazioni sta proprio qui, in questa fragilità necessaria: se lo slancio che parte dall’intimo, viene amorevolmente accolto con purezza e senza tentativo di possesso, diventa un fuoco che divampa, amore, forza granitica che consacra ogni amicizia. Gesù dice che se non si diventa come bambini non si entra nel regno dei cieli. I bambini infatti sono così. Fragili, indifesi che creano subito legami vivi e puri. Una società che ci ha abituati a diffidare l’uno dall’altro, ad essere superficiali nelle relazioni quotidiane, magari a nasconderci perchè paure e pregiudizio ci sovrastano, impedisce alla radice ogni forma di comunità e società.
Il grande miracolo del cristianesimo è quello di averci dato questa grande possibilità: nell’accettazione della divina grazia e del Vangelo, la nostra interiorità viene sanata e con essa nascono e vivono amicizie, fratellanze e comunità di impareggiabile bellezza. L’amicizia cristiana, molto più di quella antica, si riveste di una forza nuova e sconosciuta. La meraviglia delle comunità cristiane riposa proprio in quelle anime toccate da Dio che ‘animano’ è ‘partoriscono’ legami e comunità.
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