Superbia, avarizia, gola, lussuria, invidia, ira, accidia: ma cosa sono realmente i cosiddetti vizi capitali?
Credo che siano ormai davvero pochi i credenti che li ricordano tutti a memoria o che ne hanno fatto oggetto nel proprio esame di coscienza. Paradossalmente, però sono molto presenti – per le loro manifestazioni esterne – nell’indagine della psicologia clinica e nella riflessione filosofica, specialmente quella di matrice greca e romana.
C’è un testo di Gregorio Magno, monaco e papa, che verso verso la fine del VI secolo scrive qualcosa che rimarrà come un testo iconico nella cultura cristiana e ci aiuta capire perché li abbiamo denominati capitali, cioè capi di un esercito di altri vizi:
“Tra i vizi che ci tentano e che combattono contro di noi una guerra invisibile sotto il dominio della superbia, alcuni avanzano alla testa dell’esercito, come comandanti, altri seguono come soldati semplici. Non tutte le colpe infatti attaccano il cuore allo stesso modo, ma mentre quelle più gravi, di numero limitato, vincono la mente approfittando della sua disattenzione, le innumerevoli colpe meno gravi le si riversano addosso. E non appena la regina stessa dei vizi, la superbia, si impadronisce pienamente del cuore dopo averlo piegato, ecco che lo consegna alle devastazioni dei sette vizi principali, che sono una sorta di suoi luogotenenti. A seguito di questi comandanti arriva l’esercito, giacché non c’è dubbio che da essi traggono origine brutali catervdi vizi” (Moralia in Job).
Per Gregorio a capo di questo esercito sta la superbia ‘radice di tutti i mali’ dalla quale derivano i sette vizi principali: vanagloria, invidia, ira, tristezza, avarizia, gola, lussuria.
La riflessione cristiana sui vizi inizia perciò molto lontano da noi. Essa matura all’interno del monachesimo egiziano tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo. Anche il pensiero medievale ne ha fatto tesoro ispirando con la loro opera diversi poeti, scrittori ed artisti. Dante con la Divina Commedia e Giotto con la Cappella degli Scrovegni a Padova, ne sono un esempio eloquente.
Ad ogni modo i 7 vizi ci parlano di punti nevralgici di ogni vita umana, del loro rapporto con la vita, con le professioni, gli affetti, la propria vocazione…
I vizi sono dunque habitus negativi, di tenebra. Come le virtù sono habitus di luce.
Non si tratta semplicemente di ‘abitudini’, c’è qualcosa di più in loro, per questo in teologia morale si parla soprattutto di ‘habitus’. l’habitus infatti, indica una dimensione più profonda della semplice abitudine, perché ci coinvolge psicologicamente, moralmente e spiritualmente in modo più pervasivo e caratterizzante.
Io posso ad esempio, per abitudine prendere un caffè al mattino appena alzato, ma questo modo di fare non coinvolge la mia interiorità e soprattutto non mi modifica spiritualmente. Al contrario se sono iracondo o invidioso, avaro o superbo, questo modo di essere purtroppo mi tocca dolorosamente mi modifica stabilmente. Qui la metamorfosi interiore è più radicale.
Vizi e virtù perciò sono tutto ciò che stabilizza il nostro modo di vivere. Sono caratterizzanti perché vengono generati dalla ripetitività dei nostri gesti.
Il singolo atto – buono o cattivo che sia – non diventa immediatamente virtù e neppure un vizio. Molti atti uguali e ripetuti, invece, producono in noi un vero cambiamento.
Insomma se io eccedo una volta nel bere non posso definirmi vizioso. Ma se ogni giorno bevo smodatamente o fumo decine di sigarette o altro, allora divento un alcolista o un fumatore accanito. Qui c’è vizio. sento il bisogno di assecondare quel particolare atteggiamento o appetito. Non ne posso fare a meno. Addirittura perdo la mia libertà di non fare quella determinata cosa. Quando noi diciamo ‘sono fatto così’ dovremmo perciò chiederci se siamo davvero liberi o siamo diventati vittime di una nostra costruzione nei comportamenti.
Ora, dal punto di vista della morale, un unico peccato non distrugge una virtù, e una sola azione buona non è sufficiente per eliminare un vizio. Solo la ripetizione di pensieri, gesti, parole, creano un modo di essere corrispondente.
Per questo un antico adagio afferma:
Sta’ attento ai tuoi pensieri, perché diventano parole. Sta’ attento alle tue parole, perché diventano azioni. Sta’ attento alle tue azioni, perché diventano abitudini. Sta’ attento alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere. Sta’ attento al tuo carattere, perché diventa il tuo destino.” (Cf. Gianfranco Ravasi, nella rubrica Breviario, pubblicate sul Sole 24 Ore del 23 ottobre 2016.)
Insomma vizi e virtù sono realtà che incidono profondamente sulla nostra storicità. Ognuno di noi attraverso le sue scelte di bene e di male costruisce progressivamente il suo orientamento esistenziale di fondo, edificando in se stesso il suo patrimonio di luce e di tenebra. Ogni persona diventa esattamente il risultato del suo costante modo di pensare, dire, fare.
Un ultima cosa. I vizi tendono alla distruzione della nostra somiglianza con Dio, quella somiglianza che ha impresso in noi. Le virtù invece ala contrario la rendono sempre più perfetta e attiva.
Tre infine sono le malattie dell’anima che tendono ad allontanare l’uomo da Dio e da se stesso, spegnendo l’entusiasmo e il desiderio di compiere il bene secondo Dio. Essi sono l’accidia, l’invidia e l’ira. Chi è in preda di tali vizi vede il bene da fare ma non riesce proprio a compierlo fino in fondo.



