Aristotele nella sua Etica a Nicomaco, parla l’invidia definendola : “dolore per il bene altrui percepito come immeritato, specialmente tra simili”. Più tardi san Tommaso d’Aquino, riprendendo la sua definizione, dice con altrettanta precisione che l’invidia è: una “tristezza per il bene altrui, in quanto ritenuto un ostacolo alla propria superiorità”. Due definizioni che vanno meditate!
In realtà con l’invidia ci troveremmo davanti ad una vera malattia dell’anima. Una passione triste, dicono i maestri dello spirito, perché essere invidiosi non comporta nessun pseudopiacere corrispettivo, come invece accade per altre malattie dell’anima come la gola (uso del cibo) , la lussuria (possesso del corpo) o l’avarizia (possesso del denaro . L’invidia è al contrario solamente una sofferenza, un travaglio, un dispiacere per il bene altrui, vissuto come diminuzione della propria immagine e magari del proprio fallimento. Con essa perciò non si conquista nulla, si ottiene solo una profonda tristezza interiore.
Così l’invidia nasce essenzialmente da un confronto, dal paragone che si fa tra il proprio cammino di vita e quello dell’altro. La domanda che emerge in questa malattia è sempre la stessa: “perché lui si e io no?”.
Nelle prime pagine della bibbia possiamo osservare cos’è l’invidia nella storia di Caino e Abele.
Ecco il testo:
“Caino presentò frutti del suolo come offerta al Signore, mentre Abele presentò a sua volta primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai». Caino parlò al fratello Abele. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise (Gn 4).
Sintetizzando: Caino si accorse che l’offerta di Abele fu gradita al Signore mentre la sua no. Si accorse appunto. Forse – dicono gli esegeti – perché Caino non offrì primizie pure come Abele, ma presentò scarti, rimasugli dei frutti della terra. Sta di fatto che Caino avendo visto che suo fratello era, più di lui, gradito al Signore, invece di cercare di porre rimedio alla sua mancanza, si lasciò accendere d’invidia. Genesi ci descrive questo stato d’animo attraverso un crescendo terrificante: c’è prima un abbandonando del cuore alla tristezza, poi una rabbia e una irritazione continua che si rivela anche nei tratti del volto, infine, un dilagare premeditato giungendo ad un odio omicida. Caino non si governa più, si lascia andare. Non si ferma, non si corregge, agisce. Egli si placa solamente con la distruzione del rivale, salvo poi in un secondo momento nel riconoscere la sua grande colpa.
Esiste in questo una differenza tra invidia e gelosia. A differenza della gelosia, l’invidia non vuole ottenere per se il bene altrui, piuttosto vuole l’altrui distruzione. Vuole che l’altro non abbia affatto il bene per cui ha lavorato.
Così, dicevo, la domanda che si cela all’origine dell’invidia rimane sempre la stessa: perché lui si e io no? E lo strumento di tutto ciò diventa lo sguardo che in realtà è uno sguardo falso e cieco, perché non riesce a vedere il bene, il bello, il giusto né per se e neppure per l’altro. Giotto, nella famosa Cappella degli Scrovegni, raffigura l’invidia come una donna vecchia che arde in se stessa, dalla cui bocca esce un serpente che ritorcendosi contro di lei l’acceca (https://it.wikipedia.org/wiki/Invidia_(Giotto)).
L’invidia perciò ammala chi la esercita. Tommaso d’Aquino parla per questo di “tristizia”; per l’invidioso il bene altrui non suscita più gioia ma tristezza appunto. All’invidioso non importa che la sua situazione cambi in meglio, lui desidera solo che l’invidiato peggiori, che sia annientato. A questo livello l’invidioso è ormai incapace di vedere e gioire per il bene che vede. Ha perduto lo sguardo dell’innocente che non giudica ma ama e il confronto lo corrode dentro, lo alimenta nel male.
Ma, allora, come si vince in noi l’invidia?
La cura è la Carità. L’amore puro e gratuito.
La carità, l’amore, ci fa mutare lo sguardo. Ci fa amare la gratitudine e la bellezza, si compiace della verità e della giustizia. L’amore riconosce il bene in chiunque appaia, ovunque sia. Si tratta insomma, con l’aiuto di Dio, di praticare la gioia per il bene altrui.
La cura è semplice: si tratta di far crescere in noi questa grande consapevolezza e di coltivarla fin dalla più tenera età: non c’è bisogno di spegnere tutte le stelle del cielo perchè la nostra luce risplenda. Lo splendore di una stella non dipende dall’altrui splendore. Ecco perché l’uomo di Dio non può e non deve fare paragoni. Ogni stella (ogni persona) ha una sua luce, possiede una sua particolare chiamata dal Signore Dio e con essa traccia la propria strada. Scoprirla e percorrerla significa trovare la propria gioia e godere di quella altrui. La stima verso se stessi (e verso gli altri) va cercata in Dio, nel suo dono, nel suo sguardo, e non negli altri. In quello sguardo – quello di Dio – noi veniamo guariti, liberati dal veleno del confronto che invece – se lo vogliamo – può trasformarsi in emulazione positiva, in stimolo a migliorarsi. Lo sguardo sul bene degli altri ci servirà a cogliere le innumerevoli possibilità di bene che anche noi possiamo realizzare. Per questo si dice che i santi vanno imitati.
Inoltre, nel Vangelo, Gesù ci dona una buona terapia di guarigione da questa ‘malattia dello sguardo’, quando indica alcuni atteggiamenti interiori che animano i nostri occhi. Lui dice: “non giudicate” , poi “perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello?”, poi ” La lampada del corpo è l’occhio, se dunque il tuo occhi è limpido tutto il tuo corpo sarà illuminato, ma se il tuo occhio è malvagio tutto il tuo corpo sarà tenebroso”. Si tratta perciò di migliorare sempre se stessi, più che cercare la rovina degli altri. Perfezionare il proprio cammino davanti a Dio, correggersi. Il frutto di questo sguardo purificato sarà una certa gratitudine per il bene ovunque appaia, una gratitudine mista al desiderio di non possesso, una gioia e un apprezzamento a largo respiro, perché nel mondo ci sono davvero molte ma molte cose e persone belle.
Beati i puri di cuore perché vedranno Dio. Ecco la via.



