Tra parentesi, io uso il termine lettore in un’accezione molto libera. Strano a dirsi, non è possibile leggere un libro, si può soltanto rileggerlo. Un buon lettore, un grande lettore, un lettore attivo e creativo è un « rilettore ». E vi dirò perché.
Quando leggiamo un libro per la prima volta, il processo stesso di spostare faticosamente gli occhi da sinistra a destra, riga dopo riga, pagina dopo pagina, questo complicato lavoro fisico sul libro, il processo stesso di imparare in termini di spazio e di tempo di che cosa si tratti, si frappone tra noi e la valutazione artistica.
Quando guardiamo un quadro, non dobbiamo spostare gli occhi in una maniera particolare, anche se il quadro, come un libro, contiene elementi da approfondire e sviluppare. L’elemento tempo non ha molto peso in un primo contatto con un quadro.
Nel leggere un libro, dobbiamo invece avere il tempo di farne la conoscenza. Non abbiamo un organo fisico (come è l’occhio per il quadro) che recepisca il tutto e possa poi goderne i particolari. Ma a una seconda o a una terza o a una quarta lettura, ci comportiamo, in un certo senso, di fronte a un libro come di fronte a un quadro. Non confondiamo però l’occhio fisico, quel capolavoro mostruoso dell’evoluzione, con la mente, un prodotto ancor più mostruoso. Un libro, qualunque esso sia — un’opera d’invenzione o un’opera di scienza (il confine tra le due non è netto come generalmente si crede) — un libro di narrativa fa anzitutto appello alla mente. La mente, il cervello, il sommo della vibratile spina dorsale è, o dovrebbe essere, il solo strumento da usare su un libro.
Stando così le cose, vediamo ora come lavora la mente quando l’accigliato lettore ha di fronte il libro solare. Prima di tutto, la tetraggine si dissolve e, bene o male, il lettore entra nello spirito del gioco. Lo sforzo di cominciare un libro, specie se esaltato da persone che il giovane lettore considera in cuor suo troppo parruccone o troppo serie, è spesso difficile da compiere; ma una volta che lo si è compiuto, le ricompense sono numerose e abbondanti. Poiché il grande artista si è servito dell’immaginazione per creare il libro, è giusto e naturale che anche l’utente del libro debba servirsi della propria.
Nel caso del lettore ci sono, tuttavia, almeno due specie di immaginazione. Vediamo dunque quale delle due è corretto usare nel leggere un libro.
C’è anzitutto quella di tipo relativamente basso che cerca sostegno nelle semplici emozioni e ha carattere decisamente personale. (Ci sono diverse sottospecie, in questa prima sezione della lettura emotiva.) Sentiamo intensamente una situazione presentata in un libro perché ci ricorda qualcosa che è accaduto a noi o a una persona che conosciamo o che abbiamo conosciuto. Oppure un lettore ha caro un libro soprattutto perché evoca una terra, un paesaggio, un modo di vivere che egli nostalgicamente ricorda come parte del proprio passato. O anche, ed è la cosa peggiore che un lettore possa fare, si identifica con un personaggio del libro. Non è questo il tipo d’immaginazione che vorrei veder usare dai lettori.
Qual è allora lo strumento autentico di cui il lettore deve servirsi?
È l’immaginazione impersonale e il piacere artistico. Si dovrebbe tendere, penso, a un equilibrio armonioso tra la mente del lettore e quella dell’autore. Dovremmo rimanere un po’ distaccati e trarre piacere da questo distacco, e contemporaneamente godere a fondo — godere appassionatamente, godere con lacrime e brividi — il tessuto interiore di un determinato capolavoro. In questi casi essere del tutto obiettivi d’immaginazione che vorrei veder usare dai lettori.
Qual è allora lo strumento autentico di cui il lettore deve servirsi?
È l’immaginazione impersonale e il piacere artistico. Si dovrebbe tendere, penso, a un equilibrio armonioso tra la mente del lettore e quella dell’autore. Dovremmo rimanere un po’ distaccati e trarre piacere da questo distacco, e contemporaneamente godere a fondo — godere appassionatamente, godere con lacrime e brividi — il tessuto interiore di un determinato capolavoro. In questi casi essere del tutto obiettivi è ovviamente impossibile. Tutto ciò che è degno di nota è in certo senso soggettivo. Per esempio, il fatto che voi siate seduti lì può essere soltanto un mio sogno, e io il vostro incubo. Ma il lettore deve sapere quando e dove frenare la propria immaginazione, per cercare di aver chiaro il mondo specifico che lo scrittore mette a sua disposizione. Dobbiamo vedere cose e udire cose, dobbiamo vedere le stanze e gli abiti e le abitudini di coloro che le popolano. Il colore degli occhi di Fanny Price in Mansfield Park e l’arredamento della sua fredda cameretta sono importanti. Noi tutti abbiamo temperamenti differenti e io posso dirvi sin d’ora che il migliore che possa avere, o sviluppare un lettore è una combinazione tra il temperamento artistico e quello scientifico. L’artista entusiasta rischia di essere troppo soggettivo nel proprio atteggiamento di fronte a un libro; nello stesso modo, la freddezza scientifica del giudizio attenua il calore dell’intuizione. Se però un aspirante lettore è del tutto privo di passione e di pazienza — della passione di un artista e della pazienza di uno scienziato — è difficile che possa godere della grande letteratura.
(V. Nobokov, Lezioni di letteratura, Garzanti, Milano 1992, 33-35).



