Adoleskia, (loquacità) | Plutarco (46 – 119 d. C.)

“Se dunque l’ascolto, specialmente nei giovani, può com­portare sia un grande vantaggio sia un pericolo, sarebbe opportuno riflettere attentamente intorno a esso con se stessi e con gli altri.

Vediamo però che gli uomini general­mente non affrontano in modo corretto questo tema, e an­zi si esercitano nell’arte della parola prima di essersi allena­ti ad ascoltare; essi credono infatti che per parlare esistano un apprendimento e un esercizio specifici, mentre per l’a­scolto non ci si debba avvalere di tecniche particolari per trarre qualche giovamento.

L’uso della parola, però, non è come il gioco della palla, nel quale i bambini imparano simultaneamente a lanciare e ad afferrare: recepire in modo corretto un discorso è priori­tario rispetto a saperlo pronunciare. Il discorso pronunciato da giovani incapaci di ascoltare e non allenati a trarre giova­mento dall’ascolto è un soffio di vento che, come dice il poeta, «si disperde sotto le nubi, invisibile e privo di gloria».

Quando dobbiamo riempire di un liquido un contenito­re, incliniamo e ruotiamo quest’ultimo affinché il travaso avvenga bene, senza che fuoriesca nemmeno una goccia; quando ascoltiamo, invece, non siamo abituati a predi­sporre correttamente noi stessi nei confronti di chi parla, né a conciliare l’ascolto con l’attenzione affinché nessun elemento utile del discorso ci sfugga.

Gli uomini, se si imbattono in qualcuno che racconta di un ricevimento, di una festa, di un sogno o di una lite che ha avuto con un altro, lo ascoltano in silenzio e insistono perché continui. Quando invece un amico, prendendoli in disparte, prova a dare loro qualche utile insegnamento, a richiamarli verso un dovere, ad ammonirli se hanno sba­gliato o a calmarli se sono irritati, non lo sopportano; se possono, cercano in ogni modo di prevalere su di lui, ri­battendo a ogni parola, altrimenti si sottraggono e vanno alla ricerca di altri discorsi e di sciocchezze, riempiendosi le orecchie di qualsiasi altra cosa piuttosto che di ciò di cui avrebbero bisogno.

E dunque, come il bravo allevatore è quello che rende i cavalli docili al morso, il bravo educatore fa in modo che i ragazzi siano innanzitutto ben disposti all’ascolto, inse­gnando loro ad ascoltare molto e a parlare poco. Per elo­giare il generale Epaminonda, Spintaro disse che era diffi­cile imbattersi in qualcuno che sapesse di più e parlasse di meno. Non a caso, dunque, si dice che la natura ci ha dota­ ti di due orecchie e di una sola lingua, quasi fossimo tenuti ad ascoltare più che a parlare”.

(Plutarco, De garrulitate)