Dell’inevitabile scrittura | Pensieri

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Eppure, della parola scritta, non possiamo farne a meno.

Come è possibile infatti realizzare la sopravvivenza del nostro dire senza una scrittura? La parola detta svanisce appena la si pronuncia e il senso di quelle parole viene raccolto dall’orecchio del cuore, ma poi? Se desidero riprenderlo dove vado a ripescarlo? Se ciò che è scritto in noi viene strappato via da esperienze di dolore e peccati, dove guardare?

Ecco allora la formidabile invenzione che ha rivoluzionato il nostro modo di stare nel mondo: scrivere.

In ogni scrittura troviamo lo strumento della sopravvivenza, l’aiuto alle nostre fragili parole perché attraversino nel migliore dei modi, il tempo e lo spazio. Come scialuppa di salvataggio, ogni verbo naviga nel mare infinito della storia umana. Ogni scrittura diventa così una testimonianza esterna visibile e sempre raggiungibile di ciò che bisogna non dimenticare.

Le tavole del cuore e le tavole di carta – anche quelle digitali – ci riconsegnano insieme, la materia delle parola dette. Si certo, è bene ribadirlo, la vera scrittura, quella che ci cambia la vita è quella del cuore, ma se qualcosa o qualcuno la cancella? Se come spesso accade l’odio del mondo ci ha scavati dentro e il male ci ha gettati via dalla luce, dove riprendere la via? Ecco allora la seconda tavola: la parola scritta su carta.

A me pare che le parole proclamate nella santa liturgia rappresentano anche questa dimensione. La Messa in fondo è un Dono di grazia perché ci consegna Cristo stesso, ma è anche una presa di coscienza di chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo esattamente perché rileggiamo parola vere.

Persino alcuni gesti, importanti, subirebbero la stessa sorte delle parole, lo stesso oblio, se non si fossero inventati quei piccoli segni chiamati lettere dell’alfabeto. La scrittura, in generale, va perciò pensata come corpo stabile di ciò che altrimenti passa, testimonianza visibile di memoria giusta. Via verso una verità più grande.

In questo senso troveremo la risposta all’antica domanda: “perché scrivere?”.

La pratica della scrittura diventerebbe in questa luce, la medicina fondamentale contro ogni dimenticanza. Un potente antidoto all’oblio delle cose e delle parole che nutrono le nostre anime. Al contrario con l’umile gesto dello scrivere possiamo ricostruire il fil rouge del divenire di tante vite. Non per nulla ogni pagina scritta, i latini l’hanno chiamata testo, textus cioè trama. Nello scrivere, ma nello scrivere vero, la vita riappare nella sua verità più profonda. Penso ad esempio a tutti quei libri che ci hanno permesso di conoscere pezzi di storia importanti per l’intera umanità.

<si, perché, da questo punto di vista, il paziente atto dello scrivere e la scrittura stessa non sono solo un problema di comunicazione tra persone lontane nel tempo e nello spazio, ma è un’esigenza dell’anima, una pratica spirituale che permettere di fissare davanti agli occhi ciò che ha davvero valore e che la fragilità del ricordo potrebbe sbiadire. Scrivere vuol dire abilitare forza che nuove la storia, è dire: “attenti questa cosa va presa sul serio”.

Gli animali ad esempio non scrivono. Almeno non come facciamo noi. Essi non non hanno un retaggio da consegnare. Non si fermano a raccogliere ricordi e nuove acquisizioni ordinandoli in un testo e indirizzarli a coloro che verranno dopo di loro. Per loro ciò che passa finisce. Ciò che passa è perduto per sempre e non può essere fissato in una memoria condivisibile.

L’uomo invece è un essere comunicante. Perpetua nella parola se stesso lasciando tracce di sé negli altri. É l’essere che delle proprie passioni e visoni, ideali e progetti, fa dono agli altri, esattamente in un verbo che divine scrittura, ma anche opere d’arte.

Nell’umile pratica della scrittura egli lega i propri singoli momenti in un senso più ampio.

Così con la scrittura, si dice, nasce la storia. Non la cronaca, ma la storia. Senza scrittura le cose accadrebbero lo stesso, ma noi, distanti nel tempo e nel luogo da ciò che è accaduto, non potremmo parlarne. Non c’è storia perché nessuno li narra e niente ci darebbe la possibilità di raggiungere quel passato.

Dire storia è dire sempre che qualcuno ha scritto, ha registrato fatti e parole. Così dire storia è dire memoria, cioè, se volgiamo, possibilità di non ripetere stessi eventi e magari stessi errori. Li dove c’è memoria le cose fatte potranno non iniziare ogni volta dallo stesso punto. Possiamo, se ricordiamo, andare avanti, crescere senza essere costretti a ripetere le stesse cose. Come imparare a nuotare, guidare una bicicletta, scrivere sulla tastiera del computer, allacciati le scarpe. Memoria significa accorciare i tempi di azione. Una volta fissata nella memoria non bisogna ricominciare dal principio. Ma memoria significa anche la consapevolezza che certe strade non conducono a nulla. Odio, morte, ingiustizia, fallimenti, forme di esistenza antievangelica possono essere cambiate se la memoria scritta diventa ricordo in noi e per gli altri.

I popoli antichi erano molto più bravi di noi nella pratica del ricordo. I loro vecchi, ma non solo loro, erano i depositari di una saggezza costruita sul ricordo. Il passato viveva nel loro presente come spazio in cui germinava il futuro. Forse perché davano più valore alla dignità della vita e delle cose giuste da non dimenticare. Per loro il passato viveva anzitutto nell’oralità e nella memoria e per questo conoscevano anche una serie di tecniche che gli permettevano senza troppa fatica, di ricordare le cose con ordine e armonia. Queste mnemotecniche sfociavano poi in poesie, canti, filastrocche, racconti, proverbi, sequenze di nomi. La memoria aveva un profondo valore umano e politico, era il modo di edificare la città degli uomini.

Insomma della scrittura non possiamo farne a meno perché noi siamo il tempo che viviamo. Siamo un presente che ha sempre radici nel passato che ci spingono in avanti. Credit che il valore della scrittura, del suo essere memoria per tutti, stabilità di ciò che passa, sta anche nella sua forza di plasmare il futuro, quello che ci apre a Dio, al mondo, agli altri. Ogni buona scrittura ci parla dentro, ci dona la forza di non fermarci egoisticamente su noi stessi, ma ci chiede di allargare gli orizzonti, amplificare gli sguardi sull’esistenza.

Benedetto da Norcia aveva visto bene quando nella sua famosa regola comanda ai suoi monaci tre semplici cose: “ora, labora et lege”, prega, lavora e leggi, studia, apriti al nuovo delle parole altrui.

Scrivere, per chi ha l’amore per la lettura, significa prendere il vissuto del mondo a piene mani Leo consegna ad altri. É un lasciare che la luce che si sprigiona dalle cose ci raggiunga come un balsamo della vita.

Infine.

Guai a coloro che si fermano ad una sola cosa, ad un solo libro, ad una sola esperienza e non riescono a cogliere più legami tra fatti e vita. Guai a coloro che leggono solo le loro parole. Non a caso, qualcuno ha scritto, forse proprio Tommaso d’Aquino: “Timeo hominem unius libri” (temo l’uomo di un solo libro), mentre il grande Agostino ricordava che la strada della saggezza procede da tre gradi vie: dalla molta lettura, dai molti viaggi, dall’ascolto di molti testimoni. E per dirla tutta persino la Sacra Scrittura chiede numerosissimi altre letture, altri libri per essere compresa nella sua intima bellezza: archeologia, geografia, storia, filologia, teologia, filosofia, antropologia, psicologia, sociologia, storia dell’arte, architettura, astronomia, botanica e tanto tanto altro ancora. Tutti questi saperi sono necessari perché la Bibbia ci parli ancora oggi. Qui non c’è nessun sconto di pena per il diligente lettore.

Così chi scrive permette a quella parte di vita buona di espandersi ed essere riconosciuta nel suo valore e chi legge impara a salire sulle spalle dei giganti e anche se piccolo riesce a vedere un po’ più in la di loro (cit.).