Della parola ovvia e altri dolori | Pensieri

Parlare del pericolo della parola ovvia si rischia di ricadere con tutte le scarpe nell’errore che si vuole combattere.

Eppure bisogna parlarne, opporsi, a tutti i livelli. Guidati dall’amore per una verità che è al di là di ogni consenso, cerchiamo la guarigione da questa subdola malattia del nostro conversare, quella che ti lascia impoverito e ti spinge all’abrutimento senza fine.

Ivano Dionigi, spiega che la parola ovvia ha un origine precisa: è la parola che trovi per strada, sulla via. É la parola ob viam, cioè quella che tutti incontrano perché ‘ti viene incontro’. Povera, facile e immediata all’accettazione del pensiero. Una parola senza profondità, senza sorpresa, senza nessun invito a salire in alto, piatta.

Questa non è certamente la parola che ci rende saggi, che abilita allo sguardo contemplativo, piuttosto si occupa più modestamente della routine quotidiana, senza sussulto ne gioia. Il triplice compito di «insegnare» (docere), «affascinare» (delectare), «convincere» (movere), che si chiede alla parola di vita, scade nello slogan, nel “tanto non cambia mai nulla” o infine nel rifugio del ‘l’ha detto quello o quell’altro’. .

Certo, non è sempre possibile parlare con profondità, forse non ci sarebbe vita sociale e forse si rimarrebbe ancorati al semplice scambio di opinioni; si può intuire che il primo livello di interazione umana è quello della pelle e non del cuore. Ma nondimeno è impossibile vivere con serietà e gioia, solamente con parole ovvie e con superficialità. Il cuore cerca altro, l’anima grida altro: infinito, profondità, grazia, salvezza, salute… tutte queste cose riposano oltre l’ovvio, eccedono.

Allora bisogna andare in altri luoghi, non sulla strada per cercare parole che nutrono e danno vita. Forse bisogna andare lungo i fiumi coma fa San Paolo quando ottiene per la grazia della conversione della prima donna europea: Lidia la commerciante di porpora ( cf. Atti 16,14) o lungo il mare come fa Gesù, o ancora in altri luoghi come scuole, università, biblioteche. Soprattutto oggi, però, ci vogliono templi, luoghi vivi di una parola viva, fisicamente separati dal rumore del mondo, in cui il pensiero di Dio e quello della autentica saggezza umana possono udirsi con chiarezza. L’esperienza di chi oggi si reca in Chiesa, nella propria parrocchia ad esempio, dovrebbe essere quella di un cercatore che trova l’acqua fresca della parola, la sorgente sempre pura che gli disseta l’anima e lo mette in pace, consapevole che «Il miracolo della Chiesa è quello di sopravvivere ogni domenica a milioni di pessime omelie» (frase attribuita a J. Ratzinger).

Il tempio resta il segno e lo strumento più accessibile della luce di Dio. Il tempio di pietra, quello del corpo, quello del cosmo.

‘Luoghi’ dicevamo, per superare l’ovvio, ma non solo.

Ci vogliono anche disposizioni, disposizioni interiori soprattutto. Curate con somma attenzione.

Sono queste, infatti, a permettere all’anima di iniziare il grande viaggio nella Parola che si offre a noi come divina saggezza (e non come semplice informazione o come cibo precotto plasmato dalle AI). Esse ci fanno abitare vicino ai pozzi di vita, attraverso l’attenzione che apre il cuore – ce la ricorda Simone Weil – , il silenzio prolungato, che scruta storia e anima, l’ascolto che discerne decisioni ed infine una grande lentezza di pensiero, che scava infondo alla realtà fino a mettere fondamenti saldi per l’agire. Di queste pratiche spirituali, non solo oggi, ne abbiamo bisogno come l’aria che respiriamo.

Così l’ovvio, lo slogan, il ‘copia e incolla’, il ripetere il già detto, può in qualche modo essere arginato, scovato e distinto come la pula dal grano.

Esso, sia chiaro, non ci nutre, non salva, non ci fa gioire. Solo dove la parola è nuova e ricca, la vita acquista luce e senso per noi e per gli altri.

“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare
una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro”. (Is. 50,5-6)

.. qui la forza del giusto.