Nel settimo canto dell’inferno, Dante colloca gli avari nel gruppo più numeroso tra i dannati. Tra loro ci sono usurai, simoniaci, prodighi, Tutti figli di quel vizio capitale che fa dell’accumulo o dello sperpero ingiusto (prodigalità) il centro nevralgico della propria esistenza.
L’avaro vive un rapporto malato con le cose, le antepone a Dio e ai fratelli. Quando deve scegliere egli asseconda il suo attaccamento disordinato a beni. Trasgredendo il comandamento che dice: “non desiderare la roba d’altri’ egli vive per accumulare, spesso a scapito di carità e giustizia.
L’avaro a differenza del prodigo e dell’avido, non usai beni accumulati, vive invece di ristrettezze, si concede pochissime cose. I beni sono il suo dio da adorare e servire. Egli in funzione di essi sostituisce la fiducia in Dio con la sicurezza che deriva dal loro possesso, anche quando questo deperisce.
San giacomo nella su lettera, lo dice chiaramente: “Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine” (Gc 5). L’avaro accumula beni e non li usa né per sé e né per gli altri.
Il rapporto malato con la ricchezza si manifesta perciò in un duplice movimento: chiusura totale verso qualsiasi forma di condivisione, sia di beni materiali sia di quelli spirituali e allo stesso tempo, non uso dei beni accumulati. Alla fine però questi stessi beni diventano superiori alle proprie necessità e finiscono in pasto ai tarli!
Per questo i padri dello spirito insistono nel dire che l’avarizia – in qualsiasi campo la si consideri – non è alimentata da un reale bisogno di beni, ma dalla ricerca di un potere. Il potere che l’avaro crede sia riposto in quel possesso. I beni infatti danno l’illusione di poter ottenere tutto senza Dio.
Infatti a guardare più in profondità, bisogna osservare che nell’accumulo di beni e denaro si annida il desiderio malvagio di autonomia e indipendenza che l’avaro considera più importante e sicuro del suo rapporto con il Signore e più importante di ogni autentico legame umano.
In questo senso l’avaro è solo.
Solo con i suoi beni. Non ha veri amici e non riesce a sperimentare la profonda amicizia del ‘volere il vero bene’ per sé e per gli altri. L’ avaro si ferma al ‘voler bene chi gli è utile’.
La sua solitudine, radicata, triste e profonda, è tale perché ha spezzato ogni relazione di reciprocità con le persone. L’avaro vive solo per se stesso, con gli occhi, il cuore e le mani, chiusi alle necessità degli altri. Se si avvicina a qualcuno lo fa calcolando accuratamente il suo tornaconto. Per questo Dante descrive gli avari come risorti con il pugno chiuso, segno della loro chiusura al bene e al loro approccio alla vita.
Nei vangeli ci sono diversi esempi di questa malattia dell’anima. Per esempio c’è il ricco epulone, il quale si perde esattamente perché a fronte della sua enorme ricchezza non muove un dito per alleviare la fame e la sofferenza del povero Lazzaro che sta sull’uscio di casa. Non dona neppure briciole di pane.
Ma l’avarizia, non riguarda solamente il rapporto malato coi beni materiali.
L’identico atteggiamento malato verso cose e denaro, l’avaro lo rivolge anche alle persone. L’avaro ruba la vita degli altri, prende attenzioni, favori, ma senza donare mai nulla; nessuna reciprocità, nessuno scambio di vita, nessun atto di generosità. Non dona né cose ne tempo. Il suo cuore brama solo prendere, É in definitiva, un parassita.
Ma come si combatte questo vizio capitale?
Anzitutto una premessa: Gesù non condanna affatto la ricchezza. Gesù è stato aiutato in vita da persone che avevano dei beni, come Lazzaro, Marta e Maria, e da morto da Giuseppe d’Arimatea, ricco membro del sinedrio, che gli ‘prestò’ una tomba scavata nella roccia. Gesù condanna l’attaccamento alla ricchezza, tale da impedire l’ascolto della sua parola e l’amore per i fratelli. Quando si trova a scegliere, l’avaro sceglie sempre il bene da accumulare per se stesso. Non conosce la gratuità, la generosità e il dono.
Per vincere l’avarizia poi, bisogna aver cura nel fare il bene, coltivare l’attitudine a non vivere solo per se stessi, ma a donare secondo le proprie possibilità, senza considerare il “dolore” per il denaro speso.
L’uomo di Dio se ha poco non esita a dare secondo le tue possibilità, se ha molto ha gioia nel dare, così dice l’Antico Testamento. Gesù elogia una povera vedova che dona al tempio due spiccioli. Essa dona tutto ciò che aveva.
Per evitare questo vizio capitale, bisogna coltivare un cuore che non esista a condividere il poco che si possiede. Ciò permette in chi dona, di provare una gioia e una senso di umanità che non si sperimenta in altro modo, educandosi così al cammino interiore di conversione.
L’elemosina per questo è raccomandata dalla sacra scrittura. Perché rende liberi. Essa educa alla generosità e guarisce le ferite del cuore.
Chi la pratica – dice la scrittura – espia una moltitudine di peccati.
“L’elemosina libera dalla morte, purifica dal peccato e fa trovare misericordia e vita eterna” (Tobia, 12,9)
“Soprattutto, abbiate amore intenso gli uni per gli altri, perché l’amore copre una moltitudine di peccati” (1 Pietro 4,8)
Gesù infine raccomanda anche di dare in elemosina ciò che abbiamo dentro: «Date piuttosto in elemosina ciò che è dentro, ed ecco tutto sarà puro per voi» (Lc 11,41). Bisognerebbe perciò tornare a considerare tempo, amore, misericordi, consolazione, attenzione … vere e proprie elemosine.



