«Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò»
Nel racconto della creazione, a nessun oggetto nello spazio è attribuito il carattere della santità. E, nei Dieci Comandamenti, il termine santo è applicato a una sola realtà: il sabato. Come osserva Abraham Joshua Heschel nel suo celebre Il Sabato, la santità biblica si manifesta anzitutto nel tempo.
Dopo aver benedetto la prima coppia umana (cf. Gen 1,28), il Signore benedice il tempo: benedice il sabato.
Questa seconda benedizione apre la mente a orizzonti nuovi. Dio non soltanto crea il mondo fisico: crea e benedice anche il tempo, che abita la creazione come l’anima che dà vita al corpo. Creazione e tempo sono entrambi opere sue; sant’Agostino lo ha spiegato con particolare chiarezza.
Infatti nulla di ciò che è creato esiste fuori dal tempo: solo Dio, che è increato ed è eterno.
In questa luce possiamo affermare che la vita del mondo, la vita delle cose e la nostra vita, nel suo scorrere temporale, non dipende soltanto dalla nostra volontà, dai nostri sforzi e desideri, ma anche da questa benedizione originaria.
L’esperienza insegna, infatti, che nel tempo ogni cosa può maturare o deteriorarsi, durare o svanire. Un amore, un’amicizia, un lavoro, un impegno, un proposito: tutto ha bisogno di essere sostenuto da qualcosa che lo mantenga vivo e operante, che non lo lasci cadere nell’abitudine capace di spegnerlo interiormente. Ogni esistenza chiede una cura continua e, per chi crede, tale cura è animata dalla grazia di Dio e dalla sua presenza.
Quando Dio benedice il tempo, ogni vita può crescere nella direzione del bene e della verità; può portare frutto.
Diversamente, dice il salmista:
«Se il Signore non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori.
Se il Signore non vigila sulla città,
invano veglia la sentinella».
(Sal 127,1)
Accanto all’opera delle nostre mani abbiamo sempre bisogno della sua benedizione: essa trasforma il poco in molto, come i cinque pani divennero cibo per oltre cinquemila uomini.
Un’ultima osservazione è necessaria. Oggi soffriamo quasi tutti di un deficit dello sguardo: non siamo più capaci di riconoscere il tempo benedetto da Dio e di distinguerlo da quello prodotto soltanto dall’agire umano. Non lo riconosciamo perché la visione di questo tempo richiede un esercizio: la cura di sé e l’attenzione alla propria interiorità.
È singolare questa connessione: curando noi stessi mediante il Vangelo e la grazia, riceviamo una sensibilità nuova; impariamo a riconoscere Dio che agisce nella storia, la sua mano potente e discreta.
La presenza di Dio nella storia, la sua costante cura a favore della giustizia e della verità, per essere vista richiede infatti da parte nostra una purezza di animo ben curata e non soltanto dell’intelligenza. Gesù lo afferma con chiarezza nel Vangelo: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8).
Solo chi custodisce in sé un’intenzione pura e un autentico desiderio di verità può “vederla”. I cuori puri hanno il potere di vedere chiaro ciò che rimane nascosto a uno sguardo distratto, corrotto o semplicemente abitudinario. Sanno riconoscere le macerie celate dietro ciò che si propone come successo; sanno custodire germogli di vita là dove altri vedono soltanto rovina.
La sofferenza dei giusti e il loro martirio quotidiano dipendono, in larga parte, da questa fedeltà: dalla fedeltà al Dio che il cuore puro riesce a riconoscere nella storia, con occhi illuminati dallo Spirito Santo.
Noi attendiamo il tempo di Dio nello scorrere del tempo degli uomini. Lo attendiamo con occhi capaci di vegliare nella notte, come gli occhi del gufo che distinguono ciò che hanno davanti anche nel buio più fitto.
Nel buio della prova, dell’ignoranza, nel silenzio di Dio e nella confusione morale, gli occhi dei credenti cercano e riconoscono la presenza divina: una presenza che rallegra e consola.
Quei cuori ripetono a se stessi: le grazie di Dio non sono finite. Il Dio di ieri è identico al Dio di oggi. La sua bellezza e la sua verità non si sono nascoste per sempre: è l’uomo che è cambiato e, per questo, il suo cuore spesso non riesce più a vederlo.
E tuttavia:
«Io spero nel Signore,
l’anima mia spera;
attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinel



