Sulla tragica separazione di giustizia e bellezza | Luigi Zoja (1943 – ) psicanalista e sociologo

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I greci […] si sarebbero opposti a questa separazione. Non avevano codici scritti che definissero bellezza o rettitudine, ma esisteva un consenso generale su entrambe, e anche sul fatto che fossero intimamente legate. Erano due diverse facce della stessa qualità, l’eccellenza: al punto che era indicata da un’unica parola kalokagathía  (da kalós kài agathós, “bello e buono/valido”).

I due aspetti dell’eccellenza corrispondevano a un’aspirazione verso il divino. […] Per usare le parole di Martin Buber, si trattava di due Grundworte “parole base”: idee che hanno senso solo a coppie, come maschio e femmina, mai isolatamente. 

[…] Il funzionalismo astratto che governa l’Occidente ha gradualmente separato etica ed estetica a danno di quest’ultima. La complessità della nostra società richiede ruoli sempre più specifici, come funzioni definite sempre più esattamente.richiede quindi di precisare sempre meglio e sempre i nuovi campi, qual è il funzionamento corretto e quale quello sbagliato. Per una società funzionale, l’etica è una necessità assoluta: anche se, più che l’etica, il dibattito riguarderà infinite etiche professionali e settoriali. […]

Proprio questa crescente complessità ha invece eliminato la bellezza come equivalente valore supremo: essa, infatti, è di ostacolo all’efficienza, alla velocità e la misurabilità economica che orientano le società in modo sempre più esclusivo. Bisogna ammetterlo: i valori estetici tendono proprio a essere antinazionali e antieconomici. 

Tutto questo restringe l’esperienza, serra l’anima. Non a caso il nostro tempo è contrassegnato da condizioni psichiche come l’angoscia (dal latino angustia cioè strettezza) e l’oggetto di studio preferito della psicoanalisi è stato l’Angst l’ansia (ugualmente da eng cioè stretto)

L’anima infatti ha bisogno di completare l’etica con l’estetica perché non può vivere solo ristretta nel negativo.

[…]

Come si è dissolta l’unità originaria di giustizia e bellezza? […] il bisogno di giustizia è qualcosa di naturale, di archetipo, che precede ogni educazione, ma il bisogno di bellezza non è sostanzialmente diverso. Così simili sono le due aspirazioni, che è una vittoria della bruttezza sulla bellezza è facilmente sentita come male che vince sul bene, e il preferire la bruttezza la bellezza appare come un’intenzione malvagia.

[…]

Nessun tempio greco ha mai ferito un paesaggio, benché tutti venissero costruiti dove oggi mai si concederebbe una licenza edilizia; e lo stesso vale per i teatri, che in buona parte si adagiavano su pendenze già esistenti. D’altra parte, oggi le licenze per l’edilizia collettiva riguardano ancora riti collettivi, ma di tipo molto diverso: non riguardano più edifici religiosi bensì centri commerciali. Il teatro greco collabora con il paesaggio: si adatta esso nel momento in cui lo usa. Si adatta la totalità perché appartiene alla totalità. Il centro commerciale, invece, è creato da un ordine mentale troppo diverso rispetto alla natura in cui si inserisce, cioè da un pensiero inevitabilmente funzionale ed estraneo all’estetica, nasce da una mente economica: una piccola parte soltanto della mente umana. Per quanto la sua realizzazione si affida insigni architetti, non usa, bensì abusa la natura circostante. 

[..] Abbiamo anche perduto l’esperienza del vedere la bellezza che si dispiega in modo compiuto.

(L. Zoja, Giustizia e Bellezza, Bollati Boringhieri, Torino 2009, 19-25)

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