Il Silenzio perduto (B. PEYROT, La resistenza del Silenzio, Mimesis, Milano 2019)

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La parola e il silenzio 

La parola e il silenzio sono indispensabili l’una all’altro, perché da questo contrasto nasce la ragione del loro valore. La parola è un modo di articolare i suoni di una lingua. Il silenzio sospende ogni voce, lasciando ad altri indicatori il compito di comunicare. 

La parola cambia con le culture del mondo, esprimendo una babele di significati (I Dogon del Mali, ad esempio, pensano che parlare sia partorire). Il silenzio apre un passaggio fra le parole oppure è un ponte verso qualcosa che non ne ha bisogno. 

La parola si fa narrazione in chi trasmette memorie antiche. Il silenzio fa tacere il proprio io per ascoltare l’altrui. La parola si fa scrittura per lasciare un segno duraturo all’umanità. Il silenzio allarga la percezione di sé a molte temporalità. 

La parola si fa storia per fissare gli eventi. Il silenzio rompe i loro confini per riportare tutto all’indistinto del cosmo originario. La parola disegna il futuro. Il silenzio restituisce la pace dopo una lunga corsa.

 La parola incita a uscire da noi stessi per spiegare e inventare. Il silenzio sospende i giudizi, lascia fare e andare. 

La parola sbalza nel “fuori”. Il silenzio volge lo sguardo al “dentro”. 

La parola ha tante vesti: dolce, amara, conciliante, distruttiva … Può essere usata come maschera, per nascondere la realtà oppure come lente d’ingrandimento per capirla meglio. Il silenzio può essere abitato, come nei monasteri permeati dalle sue regole, oppure parlare senza far muovere le labbra come nelle fotografie che immobilizzano ritagli di tempo. 

La parola è potente, il silenzio dà forza. Insieme, parola e silenzio possono curare, la parola con una favola, un incitamento, una lode, un canto, anche una terapia che legga le nostre biografie in modi diversi. 

Il silenzio può curare il dolore ed entrare dove la parola si ferma. Tuttavia, questi poli possono capovolgersi. La parola quando è troppa diventa rumore, come una superficie di latta che risuona senza musica, incapace a trattenere i significati delle cose. 

Il silenzio, quando è imposto, fa perdere le identità umane, fino a diventare tortura. Un giusto e sano equilibrio, dunque, fra parola e silenzio ridona armonia a questa facoltà umana di cui la Bibbia è uno dei testi ispiratori. Nell’Antico Testamento, infatti, la parola di Dio crea nell’istante in cui è detta: “Sia luce! E luce fu” (Genesi1.3). Nel Nuovo Testamento la parola si fa parabola per lasciarsi comprendere, mentre il suo compimento passa per Gesù di Nazareth. Questo potere, di accendere e spegnere le cose, è ancora dentro le parole, anche se oggi non ne riconosciamo più neanche l’eco lontana. Ripetiamo slogan, frasi fatte, formule di cortesia e ragionamenti che paiono istruzioni 

per l’uso dei prodotti da supermercato. Le culture linguistiche utilizzano il loro potere a una frequenza bassissima, polverosa e pallida. 

… Le parole e i silenzi indicano la via alle nostre esistenze. 

Dobbiamo impararne un uso consapevole e misurato, ed educare le nuove generazioni a praticare soprattutto il silenzio perché soltanto in questa dimensione possono scoprire chi sono. 

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