Agostino e la Parola di Dio | René Latorurelle (1918 – )

“I cappadoci, come gli alessandrini, furono particolarmente attenti all’appropriazione soggettiva della verità e alla sua fruttificazione nell’anima mediante la fede e il dono dello Spirito Santo. Sotto l’azione illuminatrice di quest’ultimo, l’anima penetra sempre più i misteri del Figlio e del Padre: ricerca di verità mai compiuta e sempre più ardente. Lo Spirito irradia la sua luce nell’anima che, sotto l’effetto di questa irradiazione, diventa sempre più trasparente, spirituale. Solo lo Spirito osserva san Basilio ‘conosce le profondità di Dio e da lui la creatura riceve la rivelazione dei suoi misteri’.

Ora questa azione dello Spirito è particolarmente indagata da Agostino il quale si ispira a san Giovanni e alla filosofia platonica e neoplatonica.

Per il santo d’Ippona, all’azione esteriore di Cristo che parla, predica, insegna, corrisponde un’azione ulteriore della grazia, che i Padri, secondo le Scritture, chiamano rivelazione, attenzione, adesione interiore, illuminazione, unzione, testimonianza. Nello stesso tempo in cui la Chiesa proclama la buona notizia della salvezza, lo Spirito opera dal di dentro per renderla assimilabile, e feconda la parola ascoltata.

Agostino spiega contatti con attenzione quest’aspetto: la parola di Cristo non è una parola umana. Essa è dotata di una duplice dimensione, esteriore e interiore, a motivo della grazia che la vivifica e la compagna. Agostino sviluppa questo pensiero soprattutto nel suo commento a Giovanni 6,44, ” Nessuno può venire a me se non l’attira il Padre”, e nel De gratia Christi  rivolto a Pedaggio. “Venire a Cristo” significa subire l’attrazione del Padre e credere. Se Pietro ha potuto confessare Cristo come Messia, è in virtù di questa attrazione che è dono. Cristo fa sentire la Sua parola, ma il Padre che concedere all’uomo di accoglierla in virtù dell’attrazione verso il Figlio che egli provoca nell’anima.

Ricevere la parola di Cristo, osserva ancora Agostino, non vuol dire solo ascoltare esteriormente ‘con le orecchie del corpo, ma dal profondo del cuore’ come gli apostoli. Ascoltare co gli orecchie interiori, obbedire alla voce di Cristo, credere: si tratta di un’unica cosa per Agostino. Per lui la parola ascoltata esteriormente non è niente se lo spirito di Cristo non agisce interiormente per farci riconoscere, come parola a noi personalmente rivolta, la parola ascoltata: “Gesù Cristo è nostro maestro e la sua unzione ci istruisce. Se questa ispirazione e questa unzione fanno difetto, invano le parole suonano alle nostre orecchie”.

Questa grazia è a un tempo attrazione e luce. Attrazione che sollecita le facoltà del desiderio, Luce che fa vedere in Cristo la verità è persona.

Il concilio di Orange, esprimendosi secondo la prospettiva di Agostino, dirà che nessuno può aderire all’insegnamento del Vangelo e porre un’atto salvifico senza “un’un’illuminazione è una ispirazione dello spirito Santo tenda a tutti la soavità dell’adesione e della credenza nella verità”. Così l’uomo ricerca Dio un duplice dono: quello del Vangelo E quello della grazia per aderirvi nella fede”

 

(R. Latourelle, “Rivelazione” in R. Fisichella – R. Latourelle, DTF, Cittadella Editrice, Assisi 1990, 1032-1033),

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