L’idolo e l’immagine: l’altra metà del visibile | Pensieri

Si percepisce ovunque gettiamo il nostro sguardo, c’è come una idolatria delle immagini in cui il visibile ha occupato tutto lo spazio, lasciando all’invisibile solo briciole. C’è in loro, nelle immagini, come una usurpazione di campo e una presa di possesso indebita, in cui ogni credente è chiamato a modificare il proprio sguardo.

Lì dove il mondo sembra escludere Dio e sembra dirci: o vai a Dio senza il mondo o cerchi il mondo e basta, il credente va controcorrente e non cessa di tenere unito visibile ed invisibile, Dio e mondo.

Certamente ci siamo arricchiti di ciò che vediamo, ed abbiamo raggiunto grande capacità di dominio sulle cose del mondo, ma siamo diventati poverissimi del loro fondamento, siamo diventati incapaci di cogliere ed amare l’Invisibile. E poiché Dio resta essenzialmente fuori dalla nostra visuale (perché è lontano dal nostro cuore) non percepiamo più che le cose più sante della nostra vita come bellezza, fedeltà, amore, gioia, pace sono tutte cose che si danno nel visibile, ma hanno la loro origine altrove.

Così Colui che Genesi descrive come il Vedente è escluso dal nostro sguardo e quel legame interiore e nascosto tra visibile ed invisibile l’abbiamo spezzato, forse perché in fondo in fondo questo mondo ci basta e siamo stanchi di lottare per l’altro. E mentre Lui continua a vederci, noi l’abbiamo dimenticato.

Ma così facendo ogni immagine l’abbiamo trasformata in idolo, abbiamo bloccato il nostro sguardo su di esso, abbiamo dato a lui tutto lo spazio ed il nostro amore ossequioso, senza voler andare oltre.

L’ apparire dell’idolo ha spento in noi il desiderio della ricerca ed ha assorbito tutte le nostre energie. Come gli ebrei nel deserto ci siamo inchinati davanti al vitello d’oro, a qualcosa fatta da mani d’uomo e lo abbiamo dichiarato forza di liberazione e vita. Quell’idolo in cui non si può trovare Dio e la sua Verità, ma solo l’uomo ed il suo pensiero, ha preso posto nella nostra vita.

Quando Eva guardò con occhi di non fede l’albero della vita in mezzo al giardino, non lo vide più come segno del limite che il Signore Dio impose alla creazione, ma come possibilità di scavalcare quel limite. Eva non vide perché nel suo cuore aveva smesso di ascoltare la Parola e perciò trasformò l’immagine in idolo, il segno di Dio in un pezzo di mondo, anzi lo utilizzo come appagamento di se e nuovo percorso di vita perché: “l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gn 3,6).

In tutto ciò però il nostro cuore non tace, non dorme, ci parla nei momenti di silenzio e di passaggio, perché mentre vede ha sete di ciò che non vede, mentre vive cerca l’Origine mentre cammina vuole ciò che sta fermo e da luce.

C’è in noi come una ferità sanguinante, la percezione di una presenza di un’assenza che non trova riposo nel visibile.

Ecco perché bisogna tornare a purificare il nostro rapporto con le immagini, ripensarle nel grembo dell’invisibile, capirle sempre come icone, aperture, feritoie, rimandi a ciò che non può mai rinchiudersi in questa o quella concretezza. E quando le immagini troveranno la loro vera patria in noi allora, finalmente, ci diranno altro da se tornando a nutrire il nostro cuore ed il nostro spirito. Allora rimetteremo insieme ‘cielo e terra’, Dio e mondo, cuore e mente, e, come al principio, lo Spirito della vita tornerà ad aleggiare su di noi e sul mondo intero (cf. Gn 1,1).

In una tempo in cui sommersi di immagini che hanno spezzato ogni legame con la verità e la santità di Dio, solo gli occhi dei credenti potranno ritornare a vedere Dio nel mondo.

“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” .

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