Il silenzio, virtù prima del filosofo | Carlo Sini (1933 – )

Il filosofo si sforza, diceva Merleau-Ponty, di «prendere in considerazione la parola prima che sia pronunciata, sullo sfondo del silenzio che la precede, che non cessa di accompagnarla e senza il quale essa non direbbe nulla»: rimbalzo ed eco di mondo. Si tratta allora di «rendersi sensibili a quei fili di silenzio di cui il tessuto della parola è intramato».

È infatti nel silenzio e dal silenzio che l’io, il mondo e la parola emergono, tra loro originariamente uniti.

Così come il mondo non è mai davanti a me, ma sempre mi circonda e mi attraversa, così come non faccio che vedere il mondo provenendo dal cuore del mondo, altrettanto accade alla parola. Essa non parla se non dal silenzio del mondo e del silenzio del mondo: quel silenzio che la parola custodisce e reca in sé; quel silenzio che è così raro e difficile saper ascoltare. Sembra allora giusto dire che la virtù prima del filosofo non è la parola, bensì l’ascolto, non è la ragione espressa, ma la domanda silenziosa con il suo carico di angoscia e di stupore.

Questo fatto collega il filosofo agli altri esseri umani e insieme lo distingue in certo modo da prendere in considerazione la parola prima che sia pronunciata, sullo sfondo del silenzio che la precede, che non cessa di accompagnarla e senza il quale essa non direbbe nulla»: rimbalzo ed eco di mondo. Si tratta allora di «rendersi sensibili a quei fili di silenzio di cui il tessuto della parola è intramato». È infatti nel silenzio e dal silenzio che l’io, il mondo e la parola emergono, tra loro originariamente uniti.

Così come il mondo non è mai davanti a me, ma sempre mi circonda e mi attraversa, così come non faccio che vedere il mondo provenendo dal cuore del mondo, altrettanto accade alla parola. Essa non parla se non dal silenzio del mondo e del silenzio del mondo: quel silenzio che la parola custodisce e reca in sé; quel silenzio che è così raro e difficile saper ascoltare.  Sembra allora giusto dire che la virtù prima del filosofo non è la parola, bensì l’ascolto, non è la ragione espressa, ma la domanda silenziosa con il suo carico di angoscia e di stupore.

Il filosofo» ha detto Merleau-Ponty «è l’uomo che si risveglia e che parla, e l’uomo ha in sé, silenziosamente, i paradossi della filosofia; perché per essere davvero uomo, bisogna essere un po’ più e un po’ meno che  uomo”.

La parola del filosofo ha valore in quanto esprime quella falda sempre inespressa e tuttavia essenziale dell’esperienza che lega l’uomo al mondo e agli altri uomini in un comune destino di verità. In certo modo la parola del filosofo è la coscienza desta della vita che è in tutti e che in tutti aspira a farsi parola e a raggiungere l’espressione adeguata, come giusta eco del silenzio del mondo. In questa sua peculiarità, e in questo suo limite, la parola filosofica, che sembra talora, a una considerazione superficiale, la più lontana, la più distaccata e la più ostica per la comprensione media e comune, è in realtà la più concreta e alla mano: aspirazione silenziosa che vive nell’esperienza di tutti e che è cercata e detta per tutti.

 

(Carlo Sini, Il gioco del silenzio, Milano 2013, 52-53)армении новостикупить дугиноутбуки асускаталоги ноутбуковреклама в газете ценапозиция сайта googleмихаил безлепкин биографияtranslations fromfree no deposit

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