Cercare il vero Bene | Pensieri

Definire con esattezza ciò che è bene secondo Dio diventa ogni giorno una grande fatica. Definire implica sempre l’esercizio di una saggezza che ha i tratti della giustizia ed insieme della misericordia.

Anche quando si parla di verità, di quella verità amica dell’uomo, tutto si complica.

Precisiamo concetti, facciamo distinzioni infinite, ma poi otteniamo cose che non si legano tra loro e non si possono vivere, cose diverse tra loro, distanti e conflittuali insieme. A volte queste stesse cose sembrano sospese nel vuoto, senza un contesto, parziali, marginali, e così i nostri cuori ricadono nella tristezza mentre le menti non trovano stabilità. Tutto sembra racchiudersi in una infinita serie di particolari ininfluenti sulla nostra vita.

Insomma, parliamo ogni giorno sempre più di libertà, utilità, giustizia, gioia, vita, morte ma alla fine restiamo vuoti, soli.

In realtà, non siamo noi a creare il nostro bene, c’è sempre qualcosa che ci precede, si tratta allora di rimanere in ascolto e in obbedienza a quel Bene che da sempre e per sempre è li ad aspettarci. Dio è il creatore non noi.

Allora scoprire ciò che è veramente bene, ciò che è buono e ciò che è vero, significa avvicinarci a quella fonte e così unificare mente e cuore, pensiero e vita, gioia e scoperta.

Gilbert Keith Chesterton, il grande scrittore inglese, puntò spesso il dito su quella strana malattia che prende gli uomini quando vogliono scoprire il loro vero bene. La parzialità è il loro errore. Amano infatti precisare porzioni di verità senza mai arrivare a mettere il piede sul terreno roccioso della verità. Scrive Chesterton:

“Ci piace parlare di “libertà”: è un espediente per evitare di parlare del bene.  Ci piace parlare di ” progresso” è un espediente per evitare di parlare del bene. Ci piace parlare di ” educazione” è un espediente per evitare di parlare del bene. L’uomo moderno dice :” Mettiamo da parte tutti questi luoghi comuni arbitrari e facciamo spazio alla libertà”. Questo programma logicamente vuol dire : “Evitiamo di decidere ciò che sia il bene, ma non cessiamo per questo di considerare buono almeno il fatto di non deciderlo”

(G.K. Chesterton, Herejes, c.2, in Obras Completas, Barcellona 1952, 328).

La malattia è in definitiva evitare la fatica di definire bene ed obbedirgli con tutto il cuore, addirittura in alcuni casi, evitare la strada che ci porta al bene. Consapevolmente.

Così parlare di libertà è facile, ma mostrare come essa sia intimamente collegata con l’idea di bene o con l’idea di persona, di natura, di rivelazione cristiana,  di Dio ecc. ecc. questo non appare mai.

Noi ci accontentiamo, ci basta affermare ciò che garantisce un benessere visibile, un benessere che esclude l’idea di limite, di ordine, di pace, di Dio.  Così ciò che conta ricade in un concetto molto povero di vita. Per questo oggi chi ha il coraggio di definire nel suo cuore ciò che è bene e di conseguenza ciò che è male, non ha cittadinanza tranquilla in questo mondo e la sua vita diventa paradossale:

 “I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio”.

 

(Lettera a Diogneto, V | seconda metà del II secolo d. C.)

 

 

 

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