Talenti vissuti

L’ho sempre pensato, il cristianesimo non è sinonimo di assoluta passività.

Non siamo cristiani semplicemente perché abbiamo ricevuto qualcosa da conservare come un museo fa con le sue opere d’arte.  Al contrario siamo cristiani perché c’è qualcosa da fare, c’è, con l’aiuto della divina grazia, da essere o diventare ciò che abbiamo ricevuto, c’è da trasformare la farina, donata da Dio, in pane, lavorato da me, che nutre il mondo.

C’è dunque un dono da ricevere e un opera da realizzare.

Così, ecco qui l’avventura cristiana, nessuno può pensare lo scorrere della propria vita, in termini di pura “passività” o in termini di automatismi o di procedimento tecnico. Davanti al Dio che viene a visitarci, ogni uomo risponde agendo, non come una macchina ma assecondando il mistero della grazia che Dio concede secondo la misura del suo dono.

Ora nel vangelo di Matteo, si parla di vigile prontezza nell’accogliere i doni di Dio come pure di raccomanda di soccorrere i fratelli nell’indigenza perché così facendo riconosciamo ed amiamo il Cristo che identifica con il sofferente, ed infine, Gesù raccomanda un esercizio responsabile dei talenti ricevuti (Mt 25,21.33).

“Esercizio responsabile” perché ogni talento ha origine in Dio e alla fine a Lui rispondiamo del suo uso.

I talenti infatti, quelli veri e provati dall’esperienza, diventano i grandi compagni di viaggio di ogni cristiano. Paolo scrive che “a ciascuno è data una particolare manifestazione dello Spirito”, un talento, appunto, un dono di grazia, per questo motivo non bisogna scoraggiarsi nel viverli, perché vengono dal cielo anche se una volta domati appartengono a noi.

In essi si fa presente la forza e la verità di Dio che tracciano il limite e la strada futura per ogni cristiano, generando pure la possibilità di entrare in comunione ordinata con gli altri talenti e carismi e così vivificare il grande corpo visibile della chiesa.

Il Talento vissuto ci rivela dunque un’attività umana abitata dalla grazia che tocca il nostro essere nel profondo e coinvolge tutta la persona.

Noi non ci facciamo caso, ma in ciò che chiamiamo talento, nel suo esercizio ordinato e continuato, viene segretamente riposta gran parte della “novità” che il mondo attende. In tutte quelle azioni in cui il talento ha parte attiva, ideando, dirigendo e  animando il nostro fare, noi sperimentiamo qualcosa di più di una semplice tecnica applicativa, noi assaporiamo il mistero di Dio che protegge la nostra povera vita.

Sotterrare il talento, per usare una terminologia evangelica, significa perdere gran parte del ‘nuovo’ del mondo e del mistero di Dio, significa ripiegarsi in noi stessi diventando passivi ed inattivi. Significa dire a Dio: “fai tutto tu” e a noi stessi: “non fare nulla”. Sotterrare significa ridurre tutto all’ordinario ed al ripetitivo, ricadendo in una incompiutezza della nostra missione nel mondo.

Nei talenti vissuti è invece racchiusa l’eleganza della nostra umanità e la dinamicità di quel Dio che non vive separato dal cristiano.

Rinunciando al loro possesso egoistico, ed offerto invece come dono, ogni talento è capace di comunicare al mondo la Bellezza Originaria rendendo presente pure una gioia interiore, una gioia che affiora potentemente in noi e fuori di noi, senza artificiosità o sovrastrutture.

Nei talenti vissuti vi abita, come segno, un tratto di quella indisponibile Presenza che accompagna provvidenzialmente la storia degli uomini.

Così, infine, proprio nell’esercizio autentico dei talenti non sperimentiamo di non essere soli, di non lavorare solo per noi. Noi sentiamo nel più profondo di noi, che non siamo noi il centro di tutto ma che è l’agire di Dio che eccede e precede il nostro fare ed insieme accompagna il nostro cammino rendendo il mondo più ricco e vero.

 “Ispira le nostre azioni, o Padre, e accompagnale con il tuo aiuto, perchè ogni nostra attività abbia sempre da Te il suo inizio e in Te il suo compimento” . – dalla liturgia -.

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