A proposito della bellezza inutile | Vladimir Sergeevič Solov’ëv (1853 – 1900)

Il diamante, cioè il carbonio cristallizzato, è per composizione chimica la stessa identica cosa del comune carbone. Allo stesso modo, non ci sono dubbi che il canto dell’usignolo il miagolio frenetico del gatto in amore siano la medesima cosa nel loro fondamento psico-fisiologico, essi sono cioè l’espressione sonora di un istinto sessuale particolarmente intenso.

Ma mentre il diamante è bello e viene pagato caro per la sua bellezza, neanche il selvaggio meno esigente vorrà adoperare il carbone come ornamento. Così il canto dell’usignolo viene ritenuto sempre dappertutto una manifestazione del bello della natura, mentre il verso del gatto, che esprime non meno  chiaramente un identico motivo psicosomatico, non è mai procurato piacere estetico a nessuno e in nessun luogo.

Da questi esempi elementari appare già chiaro che la bellezza e formalmente qualcosa di particolare e di specifico, qualcosa che non dipende direttamente dal fondamento materiale del fenomeno e gli è anzi irriducibile. La bellezza, che indipendente dal substrato materiale degli oggetti e dei fenomeni, non è condizionata nemmeno dalla valutazione soggettiva che soppesa l’utilità pratica e il piacere sensibile che essi possono apportare.

Naturalmente non è necessario dimostrare che gli oggetti più belli possono essere assolutamente inutili per soddisfare i bisogni della vita e che, al contrario, le cose più utili possono essere assolutamente brutte, ma non è lecito eludere la teoria che indirettamente definisce la bellezza sulla base dell’utilità. Essa afferma che la bellezza è un’utilità che ha cessato di agire in quanto tale, oppure un ricordo di un’utilità passata.

[…] La domanda “che cos’è un determinato oggetto?” Non coincide con la domanda “da che cosa o donde viene quest’oggetto?”. La questione dell’origine delle sensazioni estetiche riguarda il campo della biologia e quello della psico-fisiologia; ma tutto ciò non risolve e nemmeno sfiora il problema estetico di che cosa sia la bellezza.

[…] La bellezza formale, quali che ne siano gli elementi materiali, si presenta sempre come pura inutilità. Ma questa pura inutilità viene altamente apprezzata dall’uomo e non solo da lui…

E se non può essere apprezzata come mezzo per soddisfare questi quei bisogni pratici o fisiologici ciò significa che se viene apprezzata come fine a se stessa. Nella bellezza – anche nelle sue manifestazioni più semplice delle elementari – noi incontriamo qualcosa che ha un valore assoluto, che esiste non per qualcosa d’altro ma per se stesso, che con la sua stessa esistenza rende felice e soddisfa la nostra anima, anima che nella bellezza si placa e si libera dalle brame e delle fatiche dell’esistenza.

Questa concezione della bellezza, che è tipica degli antichi greci, E che considera il bello è un oggetto di contemplazione spassionata, disinteressata e involontaria, ho più semplicemente una pura inutilità, vengo recentemente immessi in voga è propagandata dall’ultimo rappresentante della filosofia tedesca. Peraltro tutto quello che Schopenhauer dice così bene giustamente su questo tema, in sostanza, non è altro che un commento filosofico dei due celebri versi buttati giù alla svelta da Goethe:

Alle stelle non si tende bramosi, solo si gode del loro splendore.

Vladimir S. Solov’ëv, “La bellezza della natura” in Sulla bellezza. Nella natura, nell’arte, nell’uomo, Edilibri, Milano 2006, 39-41.

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