Eresia come isolamento

C’è una questione intimamente connessa con l’assenza di un pensiero pensato illuminato dalla grazia.

É questa una questione che tocca il cuore del cristianesimo e interessa l’elaborazione di pensieri parziali che si presentano come il tutto della fede.

L’eresia, si sa, è una scelta – più o meno consapevole – di una parte della Verità di Dio, una esaltazione di un frammento di essa, che però viene esaltata indipendentemente dalla piena verità del Vangelo. Eresia è una scelta separatista, anche se alla luce di principi solamente umani sembra la cosa più corretta.

In questo senso tutti possiamo essere potenzialmente “eretici”, tutti lo siamo – più o meno inconsciamente –  nel momento in cui perdiamo di vista il tutto rivelato da Dio, la grande luce della fede, e ci rifugiamo nel frammetto assolutizzato.

Ma a guardare da più vicino la cosa, nel ‘pensiero parziale’ ciò che ha il sopravvento sulla totalità del vero è il nostro giudizio e la nostra volontà. Mentre la grande luce della fede invita ad allargare lo sguardo accogliendo in un costante cammino il tutto della rivelazione di Dio senza decurtazioni o travisamenti, nell’eresia è la volontà dell’uomo ad interrompere il cammino di ricerca di Dio, cessando la sua accoglienza. In questo senso il tutto della verità di Cristo Signore, che risplende fuori di noi e non solo in noi, si disperde e si fossilizza. Cristo non è più amato secondo verità e la nostra esistenza decade, tutto è ridotto ad un “sentire”, al centro di tutto resta il nostro ‘io’ e le sue voglie.

L’eresia è una scelta di parzialità che genera non vita. Qui il male di molti cuori.

In fondo però, la decisione di non credere al tutto rivelato di Dio, un tutto già accolto e vissuto dalla Chiesa, fa sorgere un nuovo ‘territorio’ e fissandoci su un aspetto del mistero Dio diveniamo isolati. Ora il nostro ‘credo’,  magari conforme al pensare di altri, si ripropone al mondo come nuova verità, ma al prezzo della dimenticanza della bellezza originaria del tutto di Dio in Gesù Cristo. Qui la verità decade divenendo consenso e accordo tra gli uomini.

É questa una scelta che non tiene in nessun conto la riflessione millenaria della Chiesa, fede riflettuta e spiegata da santi, dottori della Chiesa, Vescovi, mistici.

Lo sappiamo, chi crede non è mai solo, ma è parte di un corpo vivente abitato da una verità sinfonica. Inoltre nella stragrande maggioranza dei casi, chi crede non è mai la prima persona a riflettere sul mistero di Cristo e della Chiesa. Con l’aiuto dello Spirito Santo, con la sua retta coscienza e la sua onestà intellettuale, il seguace di Cristo accresce il suo atto di fede, uscendo progressivamente dalla sua solitudine nativa di pensiero e di vita, entrando così nella sterminata compagnia degli uomini che seguono il Cristo vivendo e pensando nel suo corpo che è la Chiesa. Così, nutrendosi costantemente, di quella vita che aleggia nel copro della chiesa, viene condotto verso la verità tutta intera (cf. Gv 16,13). Chi crede così evita  il peccato di Tommaso, quel rifiuto di credere alle parole dei suoi fratelli, i quali dicono: “Abbiamo visto il Signore” (cf. Gv 20,25).  Tommaso sbaglia perché non si fida della concorde e accorata testimonianza dei suoi fratelli.

L’eresia è davvero parzialità, indipendenza, e perciò umanamente insostenibile, perché una verità parziale distrugge l’uomo non lo salva.

Per questo atto di separazione dal corpo, ogni eresia, diventa vera solitudine di mente, di cuore, di vita.

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