Su cosa intendere con la parola “Dio” | Gregorio di Nissa (335 – 395)

“Ora noi dobbiamo esaminare contagiare diligenza il nome stesso della Divinità, affinché dal significato contenuto nella parola venga un qualche aiuto per chiarire la presente questione.

Sembra dunque alla maggior parte degli uomini che la parola indicante la Divinità sia propriamente basata sulla natura. E come il cielo il sole o un altro degli elementi del cosmo sono denotati da quelle particolari parole che indicano i soggetti, così, anche a riguardo della suprema e divina natura, dicono che la parole indicante la Divinità sia stata convenientemente adattata a quanto si manifesta, come una specie di nome proprio. Ma noi, seguendo gli insegnamenti della sacra Scrittura, abbiamo imparato che la natura divina non si può designare con nessun nome ed è ineffabile. E diciamo che qualsiasi nome, o trovato dell’umano consuetudine o trasmesso delle Scritture, vale ad interpretare ciò che si pensa della divina natura, ma non comprende il significato della natura stessa. E non occorrerebbe un grande sforzo per provare che le cose stanno così.

Infatti anche senza alcuna ricerca etimologica, scopriremo che tutti gli altri mondi dati alla creazione sono stati dati casualmente ai soggetti, perché a noi piace comunque che le cose siano indicate con il loro nome, per evitare che risulti confusa la conoscenza di ciò che si indica.

Invece ciascuno dei nomi che servono da guida per conoscer Dio ha un proprio significato in sé racchiuso e tra i nomi più degni di Dio non si troverebbe nessuna parola priva di una qualche senso; così si dimostra che non è la natura divina stessa ad essere indicata con qualcuno dei nomi, ma con ciò che si afferma si rende noto qualcosa di quanto la riguarda.

Diciamo infatti che il nome Divino è incorruttibile, per esempio, o potente, o quant’altro siamo soliti dire. Ma di ciascun nome troviamo un aspetto particolare degno di essere pensato e detto riguardo alla natura divina, che tuttavia non indica affatto quello che la natura è per essenza. Ciò, infatti, qualunque cosa sia, è incorruttibile, e la nozione di incorruttibile è questa: l’essere non si dissolve in corruzione. Dunque dicendo incorruttibile diciamo ciò che la natura non subisce, ma non esprimiamo che cosa è ciò che non subisce la corruzione.

Così anche se diciamo vivificante mentre indichiamo per mezzo dell’appellativo che cosa fa (cioè l’azione) con la parola non facciamo conoscere l’esser che fa.

Ora secondo lo stesso ragionamento, in base al significato racchiuso nelle parole più degne di Dio, troviamo che anche tutti gli altri nomi o vietano di conoscere ciò che non si deve conoscere riguardo la natura divina o insegnano ciò che si deve conoscere, ma non contengono una spiegazione della natura stessa.

Dunque considerando le varie attività della suprema potenza, adattiamo gli appellativi a partire da ciascuna delle attività a noi note. E diciamo che una delle attività di Dio è anche l’attività dell’osservare e del guardare, per così dire, del vedere, per la quale tutto vede dall’alto (Gb 28,24) e tutto scruta, vedendo i pensieri e penetrando con la potenza del suo sguardo fino alle cose invisibili. Perciò pensiamo che la Divinità ha ricevuto il nome della visione e Colui che ha lo sguardo su di noi viene chiamato Dio sia dalla consuetudine che dall’insegnamento delle sacre Scritture”

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