Quel grembo silenzioso che genera le nostre parole | Pensieri

Da piccolo, mia madre, con fare dolce e deciso aveva insegnato a noi figli, in che modo si potesse ascoltare la ‘voce’ del silenzio. Il gioco consisteva nel rimanere zitti attorno ad un tavolo, per una manciata di minuti, in attesa di quella ‘voce’. Era un attesa ricca di sorprese perché non sapevi mai quando quella ‘voce’ si sarebbe riprodotta in noi; poi finalmente: “l’ho sentito mamma! ho sentito la voce del silenzio!”, ma così tutta la magia di quel momento svaniva,  la voce di udiva ed il silenzio era perduto.

Era un gioco che metteva un po’ di pace in casa e tuttavia, ripentendolo spesso, qualcosa in noi figli si faceva presente… quel gioco, aveva avuto il merito di farci assaporare l’esistenza di un qualcosa che ci precedeva e a cui io, inconsciamente, mi aprivo con vivo interesse. In qualche modo, preparava il mio cuore ad un incontro futuro, l’incontro con la Parola, il  Verbo vivo di Dio.  Davanti ad essa non dovevo parlare ma al contrario bisognava silenziosamente ascoltare. Così si fondava la possibilità di passare dal mio silenzio ad una Parola che non nasce dal mio cuore, ma veniva da Dio.

Così, giocando, avevo scoperto una vero paradosso. Da una parte riconoscevo ogni giorno di più, soprattutto dopo aver iniziato a credere in Dio, che le più belle parole, erano sempre quelle che nascevano, vivevano e morivano, al limite e dentro quel silenzio. In fondo era infatti come fare musica, ogni nota diventava sempre più bella e pulita, proprio perché sorgeva e rimaneva ancorata ad un silenzio. Ogni pausa, più o meno prolungata, esaltava ogni nota. Abbandonando il rumore del mondo, e facendo permanere quelle note in un silenzio di sottofondo ordinato di pause e di attese la mia musica poteva prodursi, ascoltarsi e così comunicarmi gioia.

Pian piano entrare nel silenzio mi divenne familiare.

Da una parte quel tipo di silenzio lo vedevo come il grembo fecondissimo in cui i miei pensieri e le mie parole diventavano mature, sensate, vive e vere, dall’altra quello stesso silenzio doveva essere continuamente infranto per diventare veramente utile a me e agli altri. Non bisognava solo entrati ma era necessario uscirne fuori, non rimanervi imprigionato, perché qualcuno potesse ricevere il suo frutto primigenio: la buona parola e le buone visioni del vero e del bene.

Ecco perché silenzio e Parola li ho percepiti sempre più in unità e implicazione.

Compresi inoltre la necessità dell’avere del tempo, perché il silenzio come buon terreno, non produceva nulla se non le avessi dedicato tempo. Dare tempo al silenzio era come zappare un terreno, concimarlo ed irrigarlo. Ancora non sapevo cosa vi potesse essere seminato o piantato, ma sapevo che qualunque cosa mettessi a dimora su quel terreno, avrei potuto raccogliere qualcosa di buono.

Così quel gioco di bimbo aveva modificato i mio rapporto con in mondo e in fin dei conti con Dio.

“Parla Signore che il tuo servo ti ascolta” (cf. 1 Sam 3,9)

 

 

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