A Oriente di Eden | Don Mik

“Dopo il peccato (originale) le cose cambiano per l’uomo, ma non per Dio. Dio, infatti, non cambia – in questo senso è immutabile – non cessa di mostrarsi presente e parlante, anzi egli si mostra come colui che cerca l’uomo. Ma la sua presenza e la sua parola diventano ora rivelatrici della nuova situazione esistenziale dell’uomo. Chiedendo a l’uomo “dove sei?” (Gen. 3,9) Dio risveglia mediante la parola la relazione fondamentale dell’uomo con la sua origine, dichiarandogli al tempo stesso la sua mancanza.

Nel prosieguo del racconto di Genesi, è sempre l’uomo che si allontana dal Signore e questa fuga da Dio, a oriente di Eden (Gn 4,16), è in realtà da leggersi in corrispondenza al suo disagio interiore. La familiare e rassicurante presenza di Dio  nel giardino è ora percepita dall’uomo come inquietante e insopportabile. Così l’essersi allontanato dalla presenza visibile di Dio, in un luogo sicuro e accomodante, può corrispondere, da parte dell’uomo, alla disperata ricerca in autonomia di sopravvivenza “serena”, con l’indifferenza verso qualsiasi riferimento alla vera origine di sé, fino a far esclamare nel proprio cuore: “Dio non c’è” (Sal. 13 (14),1).

A Oriente di Eden il legame con Dio è spezzato trasformandosi in un legame col solo mondo. Ora all’uomo basta stare e vivere in esso, stare e comprendere il mondo della vita, come spazio collocato tutto intero sul piano del visibile. Qui Dio non è visto più passeggiare nel giardino ed il mondo della vita si trasforma nel mondo dell’uomo, del suo dominio. Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini, e l’uomo di fatto entra in un cammino senza meta né approdo.

Con il permanere dell’uomo a “oriente di Eden” nella regione della dissomiglianza (Sant’Agostino), la stessa immagine di Dio viene interpretata non più alla luce della sua presenza e della sua parola, ma all’interno di nuovi canoni ridefiniti dalla nuova situazione esistenziale. Dio non è più davanti ai nostri occhi, noi non lo vediamo, ora è invece il mondo ad essere visto. Al centro c’è una nuova immagine del mondo e dell’uomo, si riconosce un punto di partenza ma ormai non c’è bisogno di partire da quel punto per spiegare ciò che vedo e ciò che vivo. Con la eliminazione di quella singolare trascendenza, fatta di presenza, amicizia, prossimità ed alterità, anche Dio viene espulso dal mondo e la sua influenza cessa. Anche se di volta in volta variegate sfaccettature del sua esistenza sono postulate, in ogni caso non si tratta più di un Dio con Logos, Dio che può parlare con l’uomo.

Il dramma della modernità sta nel fatto che quel Dio che noi cristiani crediamo Trinità, è sempre più spinto fuori, fuori dall’uomo e fuori dal mondo, lontano da ogni appellante visibilità. In fondo l’uomo moderno vive nella segreta speranza che nessuna nuova relazione di Dio col creato e con l’uomo si possa instaurare nuovamente. Anche la sua parola ci risulta estranea.  L’etsi Deus non daretur si approfondisce in una nuova dimensione esistenziale quella dell’uccisione silenziosa del Verbum Domini, un Verbo che ci ricorda la sostanza relazionata del nostro essere difronte a L’Unico. Un Verbo visibile ed udibile nel suo darsi, vero e fondamentale luogo di prossimità divina”.

(D. Concolino, Il Dio trinitario. La sua identità la nostra differenza, Città del Vaticano. LEV, 2014, 7-8)баптисты украиныкак наноситьцена на ноутбукиблендер акциятребуется копирайтер на сайтseo оптимизация бесплатнооранжевый макияжалександр лобановскийbeauty and the beast play review

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