Eutrapelia: alla ricerca dell’equilibrio perduto

Per Aristotele è una delle virtù minori presenti nella sua ‘etica’ poiché non si può procedere nella vita rimanendo sempre tesi come la cordicella di un arco, così, dice il filosofo, “il riposo ricreante e il gioco sereno appaiono necessari alla vita”. Tommaso d’Aquino poi, partendo da quella indicazione, allarga la visuale integrando le altre virtù fino a giungere all’idea di un umanesimo equilibrato. Egli ricorda che “colui che è assolutamente serio manca di virtù in quanto trascura completamente il gioco, che è necessario ad una vita umana quanto il riposo”. Anche Dante Alighieri nel Convivio la menzionava come una necessaria virtù cristiana, accanto a giustizia, fortezza, temperanza, generosità, magnificenza, magnanimità, piccoli onori, mansuetudine, cordialità semplicità, sincerità.

L’eutrapelia è virtù dimenticata in mondo in cui efficenza e corretta funzionalità degli apparati umani sono continuamente esaltati. Dove gli obbiettivi finali e l’uomo non sono più al centro.

Essa è virtù che genera in noi quel leggero parlare e quell’agire giocoso che non abbandona la verità delle cose, il corretto metodo di analisi o la personale missione nel mondo, ma piuttosto non ci fa affossare in un cammino che ricerca una perfezione, ma resta prigioniero di una serietà burbera ed isolata, nemica della felicità propria e altrui, incapace di ogni pausa interiore. L’uomo virtuoso è infatti al contempo piacevole ed utile.

Così questa virtù, cristianamente intesa e reinterpretata (frutto cioè della grazia divina, sotto la luce del vangelo che mira a farci crescere fino all’eccellenza in tutti i doni naturali e di carisma che ognuno riceve dall’alto) fu particolarmente visibile in santi come Francesco d’Assisi, Filippo Neri, Tommaso Moro, Giovanni Bosco, e si trova a meta strada tra “il buffone” che cerca l’allegria propria ed altrui (non la gioia) ad ogni costo e la persona “ruvida” ingrugnati in una serietà ostinata.

I greci, ma non solo essi, la pensavano come una virtù necessaria alla buona riuscita dell’amicizia, poiché non è possibile coltivare una vera amicizia e neanche dei veri rapporti sociali con persone che siano solamente burbere e rozze o solamente buffone. In questi casi l’anima non troverebbe nuova linfa e nuova ispirazione nel cammino della vita.

 

(Aristotele, Etica a Nicomaco, 1128 b; Tommaso d’Aquino, S. Th. 2,11 q.168 art. 2-4)

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