Abitare l’Invisibile vivendo nel visibile

E’ da un po’ di tempo che osservo la profonda dialettica ed il forte legame tra visibilità ed invisibilità. Osservando il mondo e noi stessi trovo sempre la stessa legge: c’è un’invisibile che alimenta il visibile. Quale vero amore tra uomo e donna è possibile o quale amicizia tra due persone resisterebbe a lungo se qualcosa dentro di noi, nell’invisibile, non ci abita  e ci agita? Gesti,  azioni, parole diventano sensate, sapienti, mature, belle, solo se hanno radici in quel “luogo” oltre il darsi concreto delle cose. Solo se restano unite a quel “luogo” ci dona gioia e coraggio nella vita.

Tuttavia nel nostro viaggio l’invisibile prende spesso il sopravvento sul resto, in questo stato credendo di poter vivere tutta la nostra vita nel visibile ci troviamo ad un certo punto smarriti, senza meta e così la nostra esistenza è svilita, ridotta. Trasferendoci interamente nel visibile (senza nessun ancoraggio all’invisibile) dimentichiamo che ciò non basta a dare gioia e sostanza alle nostre relazioni umane. Se per noi tutto si racchiude e conclude nel visibile allora vuole dire che ci siamo congedati dalla metà della creazione fatta da Dio per noi. Secondo la Sacra Scrittura Dio infatti all’inizio creò il visibile ma soffiò al suo interno qualcosa di sé invisibilmente- Con ciò egli volle indicarci una strada di comportamento e di sviluppo della nostra esistenza: solo custodendo quel soffio la vita è vera. Ma c’è anche il fatto che anche noi, come Dio, prima abitiamo l’invisibile (pensieri desideri, propositi, intenzioni, sentimenti) e poi li facciamo diventare visibili nelle parole dette e nei gesti compiuti.

Nei vangeli, poi, c’è qualcosa che mi colpisce.

A ben vedere la cosa gli apostoli e soprattutto le donne che aiutavano Gesù nel suo apostolato dovettero ad un certo punto fare i conti con il suo passaggio all’invisibilità. Quel Gesù che visse con loro tre lunghi anni e con sua Madre per circa trentatré, ad un certo punto, dopo la sua resurrezione,  si ritirava dal mondo della visibilità, lasciando tuttavia per circa quaranta giorni ancora qualcosa di se nel visibile, e per sempre la sua parola udibile ed il suo corpo visibile e toccabile nell’eucaristia, affinché ogni uomo, fino alla fine dei tempi, potesse incontrarlo nuovamente.

I vangeli ci descrivono come discepoli di Emmaus (Lc 24) mentre camminano con Lui non videro e né riconobbero il Maestro. Neppure la Maddalena che nel giardino avrebbe voluto trattenerlo per sé (Gv 20,17) lo riconobbe se non nella suo voce e nel pronunciare il suo nome. Gli stessi discepoli più volte dopo la resurrezione non lo riconobbero immediatamente se non quando Lui, il Signore, si mostrò  loro, si fece visibile ai loro occhi. In definitiva non bisogna più cercare ormai il Maestro visibile ma quello invisibile, bisogna lasciarsi incontrare col Maestro invisibile (S. Agostino)

Abitare l’invisibile per dare vita e senso al visibile è la missione del cristiano oggi. Così fino alla fine dei tempi è sempre il Signore a decidere di mostrarsi visibilmente a qualcuno, resta vero che è sempre Lui che noi raggiungiamo nella parola e nell’eucaristia. Attraverso la parola sua ed i suoi sacramenti

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