La relazione che ci cambia

Nel cammino della vita, la coscienza, la consapevolezza del proprio stato interiore davanti a Dio, non si raggiunge attraverso il solo atto di solitudine, di chiusura in se stesso, lontani da tutto. Al contrario la coscienza ci parla della  sua verità solamente in una situazione di relazione con la Verità, l’unica che ci rende liberi (Gv 8,32), ma che inizialmente ci raggiunge da un “altrove” che non t’aspetti, viene da qualche testimone credibile.

Chi si è trovato nella sua vita dinanzi ad un santo o ad una persona molto buona ha sempre tratto degli insegnamenti per se stesso, qualche luce per la propria vita.

Nella mentalità greca ed anche in parte in quella romana, andare a teatro, partecipare ad una rappresentazione di una tragedia, implicava sempre la vita degli spettatori, che guardava fuori da sé, vedendo i personaggi nella scena e ascoltando in silenzio le loro parole, traeva un certo nutrimento per la loro vita, si produceva un sentimento di purificazione (catarsi) defloro intimo. Per lo più si capiva come non bisognava essere e in certa misura come bisognava comportarsi.

Ma nell’ebraismo ed in particolare nel cristianesimo il tema del cambiamento e del miglioramento della coscienza si è fatto più penetrante. L’uomo non è veramente tale se non si nutre di una relazione con la verità che in questo caso viene da Dio.

Chi ha o ha avuto la grazia di stare davanti a persone vere o alla verità stessa attestata da testimoni credibili ha avuto insieme la possibilità del proprio cambiamento… una possibilità che però va accolta poiché nulla si produce in noi  se non attraverso un atto di volontà (Pilato ad esempio o i farisei non cambiarono perché non vollero)

C’è nella vita di Davide un particolare episodio che illustra questa duplice possibilità della coscienza, quella di chiudersi in se stessa o quella di aprirsi alla verità di se stesso. In 2 Sam 12,1 viene narrato come il profeta Natan svegliò la coscienza di Davide non parlandogli direttamente ed immediatamente del proprio peccato (adulterio ed omicidio indiretto) ma raccontando una storia e lasciando al Re Davide la possibilità di giudicarla. Ma quando Davide giudicò quel racconto secondo verità, dichiarandolo meritevole di condanna, Natan lo trafisse con la parola di Dio: “Tu sei quell’uomo!”. Davide comprese guardando fuori di sé la gravità del suo peccato. Natan aveva così svegliato la sua coscienza riportandola di nuovo sulla vita di Dio.

Davide, il Re, si penti, chiese perdono, venne perdonato dal suo Signore, ricomincio a vivere.

La coscienza dunque può staccarsi dalla relazione con la verità, implode, e solamente riconquistando quella relazione fondamentale, ha la possibilità di cambiare. Così nell’esodo da se stessi, verso il luogo della verità, ci si ritrova cambiati, mentre uscendo da se stessi verso luoghi di falsità, possiamo diventare confusi e cattivi.

Beati coloro che confrontano la propria coscienza con la verità più pura e hanno la forza di cambiare chiedendo perdono.

“Quoniam iniquitatem meam ego cognosco, et peccatum meum contra me est semper” (Sal. 50,5)

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